lunedì 8 agosto 2022

DALLE CITTÀ AGLI HABITAT

- Peter Genderloos -



pubblichiamo un abstract del saggio "The solutions are already here. Strategies for ecological revolution from below", firmato dall’attivista ecologista anarchico statunitense, edito nel maggio 2022 da Pluto Press, dove si mette in evidenza che: 

"La dicotomia urbano/rurale è una dinamica centrale dell’accumulazione capitalista 

e della crisi ecologica"

Vi è un regime differenziato di estrazione, accumulazione e controllo sociale tra ambiente rurale e urbano. Così come le lotte rurali stanno riscoprendo il loro potenziale nel blocco e nel sabotaggio, le lotte urbane stanno imparando che non sono affatto ridotte alla protesta e alla distruzione: possono anche trasformare. Al fine di rivendicare le città come habitat, le lotte ecologiste nelle città meritano particolare attenzione: come primo passo, ciò significa impedire alle città di ucciderci. Per le persone povere, la vita urbana spesso significa una condanna a morte, nonostante l’infrastruttura medica sotto il capitalismo sia concentrata nelle città. Negli anni 70, gli interessi politici ed economici della città di New York iniziarono a progettare la costruzione di un inceneritore nel cantiere navale di Brooklyn. L’inceneritore avrebbe danneggiato i quartieri locali come Williamsburg con diossina e altri agenti letali di inquinamento, ma lә residenti portoricani e chassidi risposero con l’approccio “con ogni mezzo necessario”, andando contro il governo cittadino, l’azienda di servizi e i media mainstream, che supportavano tutti il progetto: fermarono definitivamente l’inceneritore nel 1995(3). Ciò che non dovrebbe essere rimosso è che in seguito alla vittoria del quartiere, Williamsburg e buona parte del resto di Brooklyn sono stati gentrificati selvaggiamente, facendo schizzare alle stelle i valori immobiliari, mentre moltә residenti proletarә e persone razzializzate sono statә espulsә in favore di professionistә giovani e prevalentemente bianchә. In altre parole, a moltә di quellə che avevano lottato per un quartiere più pulito non fu consentito di rimanere nella zona per goderne i benefici. Storie simili sono sistematicamente tipiche, e ricordano perché la posizione apparentemente pragmatica di una  riforma parziale è irrimediabilmente ingenua. Fino a quando il capitalismo rimane intatto, qualsiasi conquista potremo ottenere pressando le istituzioni esistenti sarà usufruita dalle classi economicamente privilegiate e da chi è più abile ad assimilare i codici razzisti e la cultura di una società coloniale. Un’altra lotta che connette le preoccupazioni ambientali con i bisogni economici della popolazione urbana povera è la difesa del trasporto pubblico: ciò può includere le proteste in bicicletta delle Critical Mass, che, da San Francisco a Sao Paulo, si oppongono alla cultura dell’automobile, e che in molte città hanno portato alla creazione di piste ciclabili e incrementato l’accesso deә residenti poveri alle biciclette e alla loro riparazione. Più che un problema di stile di vita, le città progettate per le auto sono letali, specialmente per chi risiede nei quartieri ad alta densità. Le città organizzate in modo tale che lə lavoratorə debbano fare affidamento alle automobili stanno semplicemente aumentando l’indebitamento e indirizzando i salari verso le imprese di due dei settori più ricchi del Nord Globale: l’industria automobilistica e quella petrolifera. La difesa del trasporto pubblico ha anche innescato delle rivolte vere e proprie: a Barcellona e nella Bay Area di San Francisco, il rifiuto di massa di pagare il biglietto o le azioni pubbliche per neutralizzare le macchinette obliteratrici e aprire i tornelli della metro, che fossero organizzate da assemblee di quartiere o da organizzazioni anarchiche, talvolta in combinazione con gli scioperi deә lavoratorә dei trasporti, hanno momentaneamente ridotto il carico fiscale a cui sono sottoposti lә proletarә pendolari e hanno inoltre generato un’incredibile pressione sui governi municipali contro un ulteriore aumento delle tariffe. Sia in Brasile che in Cile, le principali insurrezioni si sono sviluppate a partire dai movimenti inizialmente sorti in opposizione all’aumento dei costi. Sia il movimento del 2013 in Brasile che l’insurrezione cilena dal 2019 al 2021 hanno visto una decisiva partecipazione anarchica, hanno sconfitto gli aumenti paventati e sono stati in grado di identificare un orizzonte sociale ben più vasto, allargandosi per affrontare questioni più profonde di ingiustizia come la repressione poliziesca, l’ineguaglianza, l’austerità e il diritto alla città(4). I movimenti urbani spesso si sentono destinati al fallimento: chi vive in una città raramente ha la minima possibilità di resistere ai cambiamenti del proprio quartiere imposti dall’alto. In parte, ciò è motivato dal fatto che, durante il ventesimo e il ventunesimo secolo, le città hanno costituito la concentrazione del capitale accumulato su scala globale. In realtà, le case e gli altri edifici non sono posti adibiti alla vita o all’espletamento delle attività professionali delle persone; piuttosto, sono conti bancari dove i grandi interessi possono depositare in maniera sicura i trilioni di dollari che hanno ottenuto con la speculazione valutaria, il saccheggio degli investimenti privati, la sottoretribuzione dei lavoratori, il rincaro esponenziale degli affitti e lo smantellamento di ecosistemi complessi per rivenderli come singole parti. Non contano lә abitanti o i loro bisogni, e nemmeno se questi edifici vengono lasciati vuoti per decenni. Così, quando lottiamo per il nostro diritto alla città, ci stiamo scontrando con il capitalismo nel luogo dov’è più forte. Inoltre, i dipartimenti di polizia nelle maggiori città oggi tendono ad essere più grossi, meglio finanziati e più pesantemente armati di quanto gli eserciti nazionali fossero un secolo o due fa. Il fatto che i movimenti urbani decentralizzati possano insorgere e costringere lo stato a piegarsi (Soweto 1986, Amburgo 1987, Cochabamba 2000, El Alto 2003, Parigi 2005 e 2006, Oaxaca City 2006, Atene 2008, Oakland 2009, Tunisi e Il Cairo 2011, Instanbul 2013, San Paolo 2013, Barcellona 2014, Santiago del Cile 2019, Minneapolis 2020, Lagos 2020…) è estremamente significativo, e dovrebbe costituire una considerazione cruciale in qualsiasi strategia attuale per il cambiamento sociale. Tuttavia, le rivolte urbane sono spesso escluse dal dibattito ufficiale, triste e cinica conseguenza del disordine e del sacrificio che comportano- elementi ostili alla cultura e agli interessi di classe degli esperti che controllano il dibattito- e della difficoltà di gestione di questi movimenti. Le ribellioni urbane tendono a spostarsi da singoli punti caldi vertenziali a orizzonti sempre più ampi e rivoluzionari. Gli aspiranti politicanti non riescono a gestire questi movimenti mentre sono attivi; al contrario, la loro principale forma di influenza è la parziale capacità di demobilitazione in cambio di riforme vantaggiose sul breve termine o, se questo fallisce, di fomentare conflitti interni al movimento. Concentrandosi sulle soluzioni tecnologiche o amministrative anziché sulle risposte decentralizzate e spesso combattive che i movimenti sociali stessi continuano a mettere in campo, la maggior parte dellә accademicә e dellә scrittorә del Nord Globale non riesce ad adattare le sue proposte tecnocratiche ai bisogni immediati della sussistenza, della dignità e del controllo diretto delle persone e delle comunità sulla propria vita. Giustizia sociale e decolonizzazione sono diventate ormai parole d’ordine, ma la maggior parte delle persone che oggi sono retribuite per elaborare delle proposte o scrivere in merito al problema manifestano una pratica profondamente coloniale. Fortunatamente, non abbiamo bisogno di loro. Proposte per la dignità, la sopravvivenza e l’autorganizzazione stanno spuntando come funghi dopo la pioggia, trovando origine proprio nelle comunità coinvolte. [...] Le tecnologie per trasformare le città in habitat sani esistono già. Non ci mancano gli inventori, ci manca il controllo delle nostre esistenze e dei nostri spazi di vita. Fin quando non potremo organizzare e trasformare in prima persona i nostri quartieri per venire incontro ai nostri bisogni, e distruggere i monopoli che controllano le risorse mondiali- inclusa la proprietà intellettuale- le nuove tecnologie saranno di due tipi: congegni autonomi e di contrabbando sviluppati in situ che sfruttano al massimo risorse scarse; oppure tecnologie ingegnerizzate sviluppate da professionistә, più o meno armatә di buone intenzioni, che non potranno che incrementare le ineguaglianze globali.


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