Quanti padri ha la vittoria referendaria
registratasi a ridosso di quest'inizio di primavera? Simbolicamente, in uno con
l'immaginario della bella stagione, sembra rifiorire la speranza di una
nuova rinascita della gloriosa sinistra istituzionale: è come se si
riaprisse la gara del riscatto. Dopo aver arrancato sulle impervie salite, pare
che la squadra sia già pronta sulla linea di partenza per l'avvio dell'ultima
tappa, al termine della quale sarà definita la redde rationem elettoralistica
tra le maglie nere - fino a ieri in fuga al comando della
corsa - e le maglie biancorosate inseguitrice, oggi
rinvigorite dall'aggancio della testa del
gruppone, pronte a loro volta a lanciare la lunga volata per il rush finale,
augurandosi di sferrare il colpo di reni del velocista di
razza per tagliare la linea del traguardo per l'agognata conquista della corona
d'alloro.
A chiusura dei seggi si sono aperti gli
schermi televisivi, dove impazzavano i soliti talk show per
seguire lo spoglio referendario, nei quali i dibattiti si facevano sempre più
frementi man mano il risultato delineava con maggior chiarezza l'esito finale.
Mentre nell'incertezza iniziale degli istant poll i convenuti
rimaneva saggiamente abbottonati dentro gentili schermaglie di intrattenimento.
Con la acclarata e sorprendente vittoria dei NO si apriva, senza più esitazione
alcuna, il caravanserraglio del mainstream politicista:
qualche intervista raggranellata quì e là fra i colonnelli degli schieramenti
avversi, in attesa delle conferenze-stampa dei leader politici (eccezion fatta
per la Meloni che - come ben sappiamo - gli incontri con la stampa le fanno
venire l'orticaria. Così, bontà sua, ci ha omaggiato di un riflessivo video
francescano). Ma il maggiore interesse era rivolto innanzitutto ai leader
usciti sul carro vincente, inseguiti spasmodicamente anche dai commentatori in
studio al fine di carpire le mosse successive, non solo in relazione alla
batosta del governo (dimissioni subito o galleggiamento?), ma specificamente in
relazione alla "leadership carismatica" da assumere alla guida
del "campo largo", per il quale c'è chi ritiene necessario
stabilire prima metodo e merito e chi, invece, caldeggia subito
l'indizione delle primarie, con un programma concordato dalle forze del
centrosinistra. Si badi bene, non dalle forze vincitrici nella tornata
referendaria, sapendo bene che tali non possono proclamarsi, avendo sostenuto o
direttamente il campo avverso del SI, ovvero optato per una astensione farlocca
che mascherava una sostanziale convergenza con lo schieramento governativo. Per
fortuna che il loro elettorato ha votato in massa per il NO,
dimostrando la loro inconsistenza progettuale e quanto effettivamente
pesano sul corpo elettorale questi capipartito e capicorrente psudodemocratici
e progressisti.
L'agenda sostanzialmente era
cambiata, consumato il rito del suffragio il discorso veniva
proiettato tutto sulla prospettiva delle politiche del 2027, immaginando - da
ora sino ad allora una lunghissima cavalcata elettoralistica, su cui bisognerà
attrezzarsi da subito per definire i palinsesti mediatici. Ecco perché tutti
incalzano sulla necessità della figura guida: mentre dal lato dell'attuale
compagine governativa il campione della giostra è già saldo in sella, dal lato
del "campo largo" le manovre sono tutte da definire non solo
metodologicamente.
Ovviamente - come abbiamo detto - c'è chi
spinge l'acceleratore per definire immediatamente il demiurgo da contrapporre
nel singolar certame. D'altro canto sarà cura del prescelto, come
un primus inter pares, a mettere in fila col
bilanciere i desiderata delle singole forze alleate quale programma di
coalizione: come sempre si tratta di una sorta di canovaccio il più possibile
general-generico, per dare spazio poi al più becero “realismo esecutivistico”,
da cui emerge l'autoreferenzialità del ceto politico a dispetto di ciò di quel
che gli elettori avevano creduto nell'esperire nel segreto dell'urna l'atto
formale del mandato.
Per fortuna che in questa cornice
mediatica irreggimentata, in cui - in nome
del cinico realismo della competizione politicista - la
ruffianeria e la partigianeria prezzolata non mancano, esistono ancora attenti
osservatori di provata onestà intellettuale che riflettono e si interrogano sui
fatti senza manipolazioni di sorta.
Ora nel caso del referendum di questi
giorni - fuori dalle canoniche analisi statistiche sui flussi registratisi a
seguito del voto (una messa infinita di dati percentuali che ognuno stiracchia
a proprio uso e consumo, anche per il solo piacere di aggiungere un qualche
tassello sopra altri) - solo in pochi hanno davvero fatto il tentativo di
interrogarsi sul perché il dato di affluenza sia cresciuto (e non ripetiamo i
raffronti con europee e politiche, così come non citeremo alcun dato che si
conosca già) in modo così esponenziale oltre ogni aspettativa: un dato decisivo
su cui si è giocata la schiacciante sconfitta, al di là d'ogni prevedibile
misura, del governo in carica.
Allora quali sono stati nella sostanza i
fattori determinanti del risultato referendario, con i quali si possa
sviluppare una chiave di lettura politica seria, fuori dalla pantomima politique
politicienne di chi vorrebbe riconquistare la scena, magari con il
gradito accompagnamento della fanfara al suon di compiacenti massmediatiche orchestrine?
Innanzitutto la partecipazione oceanica
della generazione Gaza, la quale - così
come aveva già fatto nelle manifestazioni autunnali - anche adesso ha
fatto valere il proprio peso politico sulla vittoria del NO: quella stessa
marea di giovani che nessuno aveva visto arrivare nelle passate giornate
d'autunno, riversatasi nelle piazza italiane a centinaia di migliaia di
migliaia, così come aveva fatto precedentemente dentro quella moltitudine, è
stata oggi nelle urne la vera protagonista politica trainante che ha
determinato la differenza tra gli schieramenti.
In quella multitudine ribelle abbiamo
visto questa generazione di giovanissimi (cresciuta avendo chiaro il
rifiuto del genocidio perpetrato in quel di Gaza e contro i massacri generati
dalle guerre) debuttare nel ciclo delle ultime manifestazioni di massa,
dentro le quali non hanno avuto difficoltà ad incrociare e fondersi
con assoluta naturalezza con le altre generazioni vicinorie, quelle che hanno già maturato sulle loro spalle un pò più di attivismo politico.
Stiamo parlando di quei giovani organizzati nell'ossatura reticolare dei
collettivi studenteschi ed universitari, che attraversano i vecchi e nuovi
centri sociali autogestiti, che si impegnano nelle reti di sostegno solidale a
fianco degli sfrattati e dei tanti subalterni emarginati, che costituiscono la
base dei Comitati spontanei della cittadinanza in lotta per la difesa dei
territori e del paesaggio (NoTav e No Ponte in testa).
Orbene,
questo straordinario fondersi delle nuove generazioni, in un comune
protagonismo politico, ci indica la strada costituente verso cui incardinare il
processo ri/fondativo dell'attivismo
sociale autonomo dal basso, aperto ed espansivo, dentro il quale sperimentare
forme comuni di socializzazione solidale per un nuovo mondo possibile.
Se questa nostra caratterizzazione del
movimento è corretta, possiamo dire che chi oggi si intesta il merito della
sconfitta del governo postfascista, in vista di un ribaltamento istituzionale
del quadro politico, farebbe bene a non confidare più tanto sull'onda lunga
dell'autunno antagonista che ha aiutato il travolgimento del risultato
referendario. E' soltanto una pia illusione pensare di capitalizzare sui
movimenti per raggiungere con successo un esito elettorale. Non è cercando di
svuotarne l'orizzontalità con cui essi si esprimono né tanto meno pensando di
accattivarsi la loro attenzione perché s'è avuta la furbizia di inserire - come
specchio per le allodole - qualche titolatura a carattere cubitale nella lista
della spesa calderone programmatico, credendo così di averne soddisfatto le
loro attese.
Certo i nuovi movimenti hanno mostrato
tutta la loro saggezza, sapendo anche utilizzare all'occorrenza il campo più
opportuno per esprimere la loro volontà comune, come nel caso istituzionale in
questione sulla contesa referendaria. Ma diciamocelo chiaramente: quanto ha
influito il voto in sé sul quesito sulla giustizia? Noi pensiamo, dal lato
della moltitudine antagonista, molto poco. Il vero quesito per essa era il
giudizio sul governo. Nel merito: le leggi securitarie, la cancellazione di
enormi fette di spesa sociale con particolare accanimento sulla sanità
pubblica, il caro-vita sempre più insostenibile, lo sfruttamento dei lavoratori
con salari di fame e precariato diffuso con forti penalizzazioni in capo a
giovani e donne, l'emarginazione sociale con sacche enormi di esclusione che
vede anche ampie fasce di ceto medio scivolare lungo le discese vie
dell'impoverimento. In particolare i morsi del depauperamento sociale si sono fatti
sentire in modo eclatante soprattutto al sud, dove da decenni gli
obiettivi di sostegno allo sviluppo per il mezzogiorno - a parte il breve
ciclo di vigenza del reddito di cittadinanza, misura che aveva fatto tirare un
sospiro di sollievo a migliaia di famiglie e all'economia meridionale - sono
scomparsi del tutto dall'agenda della politica economica. Un obiettivo
scomparso perfino dai radar dei fondi strutturali comunitari e non solo per
assecondare il razzismo leghista, bensì anche a causa dell'intesa trasversale
del "partito del nord", quello dell'autonomia differenziata, un
fronte spesso guidato dai sindaci-PD).
Ora se il lungo retroterra - dentro
cui si sono mossi i governi politici e "tecnici" (col determinante
supporto del centrosinistra) - è questo, ci chiediamo: con quale credenziali si
possono immaginare aperture di confronto per una "maggioranza
referendaria" con le soggettività che hanno regalato - su un bel piatto
d'argento - alle principale opposizione istituzionali una vittoria così schiacciante?
Questo è un problema che ricade
specificatamente in capo al partito democratico di Elly Schlein. E il dichiararsi ostinatamente "unitaria"
rispetto al campo largo solleva ulteriori dubbi, in primo luogo perché
obiettivamente nel perimetro politico siffatto - se si volesse aprire un
dialogo con la generazioni Gaza - sono assolutamente incompatibili
- seppur marginali - le forze centriste (comprendendovi fra esse
anche le fronde interne al PD), basti riflettere sulla posizione assunta da
esse (e con quali risultati) sul tema referendario, collocate decisamente con
lo schieramento di destra. Senza considerare che il fronte centrista, in virtù
della irriducibile posizione à la guerre comme à la guerre, si
colloca agli antipodi della moltitudine recatasi ai seggi lo scorso 22 marzo.
Così siamo venuti a fondo della questione.
Non è con l’esortazione paternalistica “a continuare a dare una mano” con la
partecipazione al campo largo, pronti a raccogliere le specifiche problematiche
giovanili per tradurli in programmicchio elettorale, augurandosi di coinvolgere
l’elettorato giovanile che col loro voto assicurerebbero la vittoria alle
prossime elezioni politiche. Non è neanche l’invito a sedersi ai tavoli
d’ascolto per redigere, successivamente, con le altre forze del campo largo, un
accrocco d’accordo.
Chi vuole veramente richiamare
l’attenzione della moltitudine scesa in piazza nelle scorse mobilitazioni
autunnali, non deve chiedere di interloquire con essa. Deve soltanto recepirne
l’agenda, quella espressa in modo chiaro e netto dalle enormi masse di
partecipanti che sfilarono per le strade delle città italiane. Solo con quel
programma - per la Pace senza se e senza
ma. Contro il riarmo e l’abiura della guerra - si potrà non solo sognare,
bensì vincere davvero, ricacciando in dietro la destra e lo stato di polizia,
rilanciando un nuovo stato sociale, di cui la società contemporanea ne richiede
la immediata attuazione.
Ne avranno il mai coraggio i "nostri
eroi"?

