venerdì 16 gennaio 2026

La legge di bilancio 2026: l’austerità come preludio al riarmo

-Andrea Fumagalli-



La legge di bilancio approvata dal governo Meloni lo scorso 30 dicembre 2025 può essere riassunta in due punti essenziali: austerità e guerra. La manovra è volutamente di minima portata (22 miliardi in totale) per consentire l’accesso al credito europeo SAFE di 15 miliardi così da finanziare l’aumento della spesa militare e soddisfare gli appetiti dell’apparato militare-industriale-digitale, soprattutto made in Usa. Tagli e contenimento delle spese fanno così da preludio alle future politiche di guerra. In questo contesto, tuttavia, non si perde l’occasione per  distribuire risorse alle imprese, favorire la speculazione finanziaria e i redditi delle famiglie più abbienti. Il tutto a scapito di servizi sociali (sanità, istruzione) e pensioni. Qualche mancia per il ceto medio


Un governo in carica si valuta soprattutto per tre elementi: la capacità di garantire le norme costituzionali a cui ha giurato fedeltà, la capacità di garantire i diritti civili e sociali (se non di ampliarli, affrontando le sfide poste dalle nuove tecnologie e dal capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza), la capacità di favorire una stabilità economica rispettosa dell’ambiente in grado di fronteggiare l’attuale crisi climatica ambientale e tesa a incrementare il benessere dei residenti (cittadini e non).

In questo articolo non entriamo nel merito nei primi due punti, che comunque sono al momento fortemente messi in discussione dalla riforma costituzionale della giustizia e dall’approvazione di leggi liberticide e repressive, che trovano nel decreto sicurezza la punta dell’iceberg.

Ci soffermiamo invece sul terzo punto, vale a dire la “madre” di tutte le leggi che definisce la politica economica, sociale, fiscale e distributiva del governo, la legge di bilancio, che ogni anno deve essere approvata entro il 31 dicembre, pena l’obbligo dell’esercizio provvisorio (uno smacco per qualsiasi governo in carica).

Gli obiettivo della legge di bilancio

Il governo Meloni ha presentato la legge di bilancio per il triennio 2026-28 al Consiglio dei ministri il 17 ottobre 2025. I principali provvedimenti, proposti all’epoca, riguardavano la riduzione dell’aliquota sull’Irpef per i redditi tra i 28.000 e i 50.000 euro imponibili dal 35% al 33% con una spesa di circa 3 miliardi. Questa misura è la misura bandiera del governo. Contemporaneamente, si proponeva l’aumento dell’aliquota su tutti gli affitti brevi dal 21% al 26 e la richiesta di un contributo straordinario alle banche per consentire il raggiungimento del rapporto deficit/pil al 3% nella primavera 2026. È infatti quest’ultimo il vero e unico obiettivo di questa legge finanziaria, che si presenta di basso profilo (per un ammontare complessivo inizialmente di 18 miliardi di euro e oggi salita a 22 miliardi). Il motivo è semplice: rispettare il limite del 3% nel rapporto deficit/pil nel 2026 è condizione necessaria e sufficiente per accedere ai crediti del pacchetto SAFE (Security Action for Europe). Si tratta di un nuovo strumento finanziario dell’UE, primo pilastro del piano ReArm Europe, che mobilita fino a 150 miliardi di euro per potenziare la produzione e l’acquisto congiunto di materiali militari tra gli Stati membri. In tal modo l’Italia potrebbe ottenere un credito di 15 miliardi (comunque da restituire a interessi agevolati), somma più che mai necessaria per cominciare a finanziare l’aumento della spesa militare sino all’obiettivo, imposto dalla NATO, del 5% del Pil nel 2035.

Qui si svela l’arcano, di cui nessuno parla. Nella legge finanziaria approvata dal parlamento non è presente nessuna cifra ufficiale destinata direttamente all’aumento della spesa militare. Sono solo presenti nel maxiemendamento presentato dal ministro Giorgetti il 17 dicembre scorso una serie di disposizioni che permettano all’industria metalmeccanica (a partire dall’automotive) di convertirsi più facilmente all’industria militare (omettendo controlli e vincoli vari). Ma in realtà, l’aumento della spesa militare condiziona e limita in modo diretto il margine di azione della legge finanziaria e la obbliga a interventi di austerity (prudenziali, secondo la definizione eufemistica del ministro Giorgetti) nel bloccare qualunque provvedimento di politica espansiva.

Tale strategia di fare oggi una finanziaria di fatto irrilevante e 8di rinunciare a fare una politica economica  (come ampiamente spiegato in un precedente articolo con Roberto Romano) è anche finalizzata a garantire al governo Meloni maggiori spazi di intervento per la finanziaria del 20027, anno delle elezioni politiche. È evidente l’intento di risparmiare oggi per avere maggiori risorse il prossimo anno a fini elettorali.

Le principali misure

Non tutte le misure adottare nel consiglio dei ministri del 17 ottobre hanno ottenuto il benestare dei partiti della maggioranza. Tutti d’accordo sulla riduzione delle tasse per il ceto medio (cavallo di battaglia del populismo destrorso dai tempi di Berlusconi) ma totale disaccordo sulle altre misure, al punto che per due mesi la stesura della bozza finale della legge finanziaria di fatto è stato bloccato dai voti incrociati dei partiti della maggioranza. La lega ribadiva l’esigenza di tassare di più le banche e di introdurre una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali, Forza Italia era contraria alle tasse sulle banche e all’incrementi delle tasse sugli affitti brevi, Fratelli d’Italia si barcamenava, stretta d’assedio dalla Confindustria (suo grande sponsor) che chiedeva maggiori risorse per le imprese. I cattolici di Lupi chiedevano maggiore attenzione alle famiglie (ma solo quelle regolari e cattoliche), chiedendo fondi per le scuole paritarie. Le grandi questioni del welfare (già ampiamente smantellato), sanità e istruzione, non erano del tutto considerate.

Dopo due mesi di discussione, si arriva così al 17 dicembre, quando il ministro Giorgetti, con l’avvallo dei vertici di Fratelli d’Italia, propone un maxi emendamento da votare brevi manu, con una serie di correzioni alla bozza iniziale.

La tassa sugli affitti brevi viene depotenziata. L’aliquota sale dal 21% al 26% solo per gli affitti brevi che riguardano la seconda casa di proprietà (la prima rimane intoccata).

Su richiesta della Lega di Salvini, si introduci una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali della durata massima di 10 anni. Il contributo alle banche è, di fatto, soppresso e rimane in vigore solo l’aumento dell’Irap. Inoltre, su forti pressioni confindustriali, torna il superammortamento per il sostegno delle imprese e per l’innovazione: il valore complessivo è di 4 miliardi di euro. Credito d’imposta nel triennio per le imprese delle Zes (Zone Economiche Speciali)  e rifinanziamento della Nuova Sabatini[1]. Per il “Sostegno alle imprese e all’innovazione” la manovra prevede poco più di 7 miliardi nel triennio di orizzonte.

Parallelamente, si propone il rifinanziamento per due anni della “Carta dedicata a te” destinata all’acquisto di beni alimentari di prima necessità, il ricalcolo dell’Insee (eliminando la I° casa di proprietà), il potenziamento per il 2026 del bonus per le lavoratrici madri con almeno 2 figli e con redditi annui sotto i 40mila euro e un nuovo bonus per favorire le iscrizioni alle sole scuole private.

Tali misure richiedono però il reperimento di nuove risorse se si vuole mantenere l’obiettivo del 3% del rapporto deficit/Pil. Ed è in questo momento in cui salta fuori la manina “che – scrive Roberto Ciccarelli – si aggira tra il ministero dell’economia, il Senato e la Ragioneria dello Stato”.  Come è noto, quando bisogna trovare soldi nel più breve tempo possibile, il sistema previdenziale fa da bancomat. Nella prima versione del maxi-emendamento, due sono i provvedimenti-taglio sulle pensioni: l’aumento della finestra tra la domanda della pensione e il suo ottenimento, con l’effetto di aumentare l’età pensionabile da tre a più mesi a partire dal 2029e, in secondo luogo, il depotenziamento del riscatto degli anni di laurea a fini pensionistici con valore retroattivo.  A questi provvedimenti se ne era aggiunto uno, alquanto odioso e indecente: uno scudo che esentava i datori di lavoro di lavoro dall’obbligo di versare al lavoratore sottopagato gli arretrati nel caso un giudice stabilisse che la paga era in contrasto con l’articolo 36 della Costituzione. Una modifica con effetti diretti sul contenzioso e sui rapporti di lavoro, inserita in manovra – pur trattandosi di una materia sostanziale e non finanziaria – dopo che la scorsa estate il senatore di Fratelli d’Italia Salvo Pogliese aveva provato senza successo a farla entrare in un decreto Ilva.

Le reazioni suscitate, a due settimane dall’ultima data possibile per approvare la legge di bilancio, ha costretto il governo ad una ritirata parziale. L’odioso provvedimento sui salari sottopagati è stato ritirato (ma ciò non significa che non ci proveranno ancora) e i due provvedimenti sulle pensioni vengono per quest’anno congelati, il primo, e modificato il secondo (non vale più la retroattività per il riscatto degli anni di laurea). Ma la nuova stretta sulle pensioni (alla faccia della promessa elettorale di abolire la legge Fornero) colpisce comunque i lavoratori precoci e usuranti, mentre il governo fa un passo indietro sull’uscita dal lavoro a 64 anni per i privati: non si potrà più ricevere l’assegno di vecchiaia anticipatamente cumulando gli importi di forme pensionistiche di previdenza complementare. Viene cancellata, infatti, la possibilità, in vigore dal 2025, di computare, su richiesta, anche il valore di una o più rendite di forme pensionistiche di previdenza complementare per il raggiungimento degli importi mensili richiesti per accedere alla pensione di vecchiaia con almeno 20 anni di contributi e se si è pienamente nel regime contributivo. Aumentano ulteriormente i tagli all’anticipo pensionistico per i lavoratori precoci. L’emendamento del governo alla manovra aumenta i tagli di 50 milioni nel 2033 e di 100 milioni dal 2034. Previsti tagli pari a 40 milioni annui dal 2033 anche al Fondo per il pensionamento anticipato per i lavoratori impegnati in mansioni usuranti: così il fondo a disposizione passa da 233 a 194 milioni.

Inoltre, viene confermato l’intervento sulla fiscalità finanziaria, in particolare sulle negoziazioni ad alta frequenza (High Frequency Trading) – che si voleva eliminare. L’aliquota della cosiddetta Tobin tax sulle transazioni finanziarie raddoppia, passando dallo 0,02% allo 0,04%. La misura dovrebbe generare un extragettito stimato in 337,3 milioni di euro a decorrere dal prossimo esercizio finanziario. Ma il provvedimento più importante riguarda la gestione del Tfr (la liquidazione). Si estende la platea delle aziende che dovranno conferire il Tfr al fondo Inps. Nel biennio 2026-2027 quelle che hanno raggiunto i 60 dipendenti dovranno attenersi a questa misura e successivamente lo dovranno fare tutte quelle con 50 dipendenti. Dal 2032 verranno toccate anche quelle più piccole con 40 dipendenti. Il meccanismo di adesione automatico alla previdenza complementare è valido per tutti i neoassunti da luglio. Ci saranno 60 giorni per comunicare una decisione diversa.

Tale provvedimento ha due corollari importanti. Il primo riguarda le piccole imprese che non potranno più beneficiare e gestire la liquidità del Tfr per far fronte a eventuali necessità. Ciò potrebbe limitare l’autonomia strategica delle stesse Pmi. Il secondo è di fatto un regalo alle compagnie assicuratrici private italiane e americane che gestiscono i fondi pensioni. Secondo Francesco Volpi e Paolo Ferrero , si tratterebbe di un incremento di liquidità pari a 50 miliardi di euro da gestire per scopi meramente speculativi. In cambio di ciò, al fine di rastrellare il più possibili soldi, il governo ha deciso una misura fiscale che prevede un prelievo straordinario o un contributo anticipato dal settore assicurativo  di 1,2 miliardi nel 2026. A ciò si aggiungerebbe l’incremento dell’aliquota applicata ai premi delle polizze RC Auto al 12,5%. Si tratta di una misura che mira a generare un gettito strutturale di circa 100-115 milioni di euro all’anno. Il rischio evidente è che questo aggravio fiscale possa riflettersi sui premi finali pagati dai cittadini. Tuttavia, il Governo cerca di mitigare l’impatto stabilendo che le compagnie debbano agire con trasparenza, specificando nei preventivi l’incidenza della nuova aliquota. Facciamo due conti: i 50 miliardi in più nei portafogli finanziarie dei fondi pensione, con un rendimento del 3% annuo, porterebbero a incassare 1.500 miliardi di euro, una cifra che compenserebbe più che abbondantemente l’esborso di 1,2 miliardi chiesto dalla legge di stabilità. Se poi teniamo conto che parte di tale esborso è un’anticipazione di spese future, lo scambio per le compagnie assicurative è più che vantaggioso…

Sul fronte del lavoro, come richiesto dai sindacati, in particolar modo dal sindacato amico della Cisl, viene confermata l’aliquota agevolata per la tassazione degli incrementi contrattuali dei salari al 5%, ma riguarderà i redditi fino a 33 mila euro e i rinnovi effettuati anche nel 2024 e non solo nel 2025 e nel 2026. Si tratta di un misero pannicello a fronte dell’elevata perdita di potere d’acquisto dei salari italiani negli ultimi tre anni.

In realtà, non è presente nessuna misura in grado di invertire la tendenza al declino salariale. E non va sicuramente in questa direzione, nonostante la grancassa governativa e dei suoi media cartacei e televisivi, la riduzione dell’aliquota Irpef sui redditi tra 28.000 e 50.000 dal 35% al 33%. Infatti, i dati presentati nelle audizioni parlamentari di novembre da parte dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), della Banca d’Italia e dell’Istat (istituzioni sicuramente non sovversive) concordano nell’affermare che oltre l’85% delle risorse derivanti dal taglio Irpef andranno ai quinti più ricchi della popolazione, con oltre il 90% delle famiglie più abbienti coinvolte dalla misura e più di due terzi di quelle del penultimo quinto. Il guadagno medio stimato varia dai 102 euro annui per le famiglie del primo quinto ai 411 euro per quelle appartenenti al più ricco, con un impatto complessivo sul reddito familiare inferiore all’1%. Più in particolare. Il beneficio sarà di 440 euro per chi guadagna 50 mila euro lordi all’anno (in massima parte dirigenti), di 140 euro per chi ne percepisce 35 mila (in buona parte lavoratori autonomi), fino a 40 euro per chi guadagna 30 mila euro (in massima parte operai e pensionati: in pratica, l’equivalente di un caffè a settimana). Fermo restando che chi percepisce meno di 28.000 euro (in massima parte i precari e le precarie) non avrà alcun beneficio.

Infine, sempre con l’obiettivo di rischiare il fondo del barile, viene introdotta la cd. “tassa sui pacchi”. La norma impone un contributo fisso di 2 euro su tutte le spedizioni di valore inferiore ai 150 euro provenienti da Paesi fuori dall’Unione Europea.

I tagli previsti

Nonostante le dichiarazioni, numerose sono gli interventi anche minori che prevedono tagli alle spese. Ad esempio, il Fondo di sviluppo e coesione che per il 2026 ha visto un taglio di 300 milioni di euro e di 100 milioni per il 2027 e il 2028. Saltano i tagli invece previsti per editoria e tv locali. E anzi, per il 2026 arrivano 60 milioni di euro nel Fondo per il pluralismo e l’innovazione digitale dell’informazione e dell’editoria. Ma resta il taglio del finanziamento alla Rai in arrivo dal canone, anche se si riduce: passa dai 30 milioni prospettati nel triennio 2026-2028 a 10 milioni e solo nel 2026. Resta anche se ridotto il taglio per il Fondo per il cinema: scende a 90 milioni nel 2026 dai 150 inizialmente previsti e le risorse per il settore scendono a 610 milioni. Non vengono tagliati, ma tecnicamente riassorbiti nel bilancio dello Stato (con voce +), i circa 7 miliardi del Pnrr ancora non spesi. Sarà il Mef a destinarli via via alle amministrazioni per le opere del Piano. Arriva il taglio al Fondo per i farmaci innovativi: scende di 140 milioni di euro dal 2026 la dotazione del Fondo ma servirà per coprire l’aumento della spesa farmaceutica per il 2026 che passerà dallo 0,2% allo 0,3%. Saltata la norma che riapriva i termini del condono del 2003 per alcuni casi specifici, come la Campania. Dopo le proteste e le minacce di ostruzionismo da parte delle opposizioni, la misura diventa un ordine del giorno ed esce quindi dalla legge di Bilancio. Non sono stati tagliati, ma slittano al 2032 e 2033, 780 milioni di euro per il Ponte sullo Stretto.

Conclusioni

La bozza finale della legge di bilancio è stata resa pubblica il 22 dicembre scorso, dopo che la 5° commissione bilancio ha pubblicato la nuova versione del maxiemendamento: solo 9 giorni dall’ultima data disponibile per l’approvazione. Non è mai successo prima e crediamo che non sia stato casuale. In tal modo non si è avuto il tempo per una serie discussione sulle misure proposte, né per un dibattito parlamentare con gli interventi dell’opposizione. Non è un caso che sia al Senato che alla Camera sia stato chiesto il voto di fiducia, censurando qualsiasi possibile modifica. Una pratica oramai usuale per il governo Meloni, che ha il triste primato dell’aver ricorso al più alto numero di voti di fiducia: un modo per svilire il ruolo legislativo del parlamento e incrementare l’autoritarismo dell’esecutivo. Tra breve, come Effimera sta denunciando, anche il potere giudiziario rischia di finire sotto le forche caudine dell’esecutivo: prospettiva che si fa ancora più agghiacciante con la proposta di premierato. Di bene in meglio, si potrebbe dire.

La legge di bilancio 2026 non produce alcun effetto sulla situazione economica e sociale dell’Italia. Non incide sui problemi strutturali del paese, che possiamo riassumere in un eccesso di precarietà lavorativa e reddituale, nell’eccessiva diseguaglianza fiscale, nel disequilibrio nel carico fiscale, nella scarsità di innovazione nei settori ad alto valore aggiunto per inesistenza di un’idea di politica industriale, nella carenza di un welfare nei campi fondamentali della sanità e dell’istruzione, nella perdurante stagnazione salariale, nell’eccessivo abuso di posizione dominante dei potentati economico-politici della logistica e della distribuzione delle materie prime, delle merci e dei servizi, nell’elevata povertà lavorativa… La lista potrebbe continuare. Ma questa legge di bilancio non è neanche neutrale. È soprattutto dannosa e distorsiva. È una legge intrisa dalla logica di austerity con l’unico vero obiettivo di evitare la procedura europea di effrazione per debito eccessivo così da poter attingere ai 15 miliardi di euro del fondo SAFE per incrementare la spesa militare a vantaggio dei potentati industriali, digitali e guerrafondai. Non solo. Questo obiettivo avrebbe potuto bastare. E invece, al fine di incantare gli elettori della destra (il ceto medio) con il mantenimento della promessa elettorale di ridurre le tasse per loro, si fa un favore alle famiglie più abbienti, polarizzando ulteriormente la già distorta distribuzione del reddito. Ma c’è di più. Si favorisce la finanza speculativa dei fondi pensione e, in linea anche con i governi precedenti di Renzi, Gentiloni, Draghi, ecc., si paga l’usuale obolo annuale alla Confindustria.

Come si dice nei tribunali alla fine dell’interrogatorio dell’imputato da parte del pubblico ministero: “L’accusa non ha altre domande”.

NOTE: 

[1] La Nuova Sabatini è un’agevolazione del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) che aiuta le micro, piccole e medie imprese (PMI) ad accedere al credito per investire in beni strumentali nuovi (macchinari, impianti, attrezzature, software 4.0, tecnologie green), offrendo un finanziamento bancario a condizioni vantaggiose e un contributo statale che riduce il costo degli interessi


fonte: effimera.org

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