lunedì 31 agosto 2026

29 agosto 1980, muore Franco Basaglia

- a cura di accì [Pressenza] -



La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere
Franco Basaglia, Brasile 1979


Franco Basaglia è una figura chiave nella storia della psichiatria italiana: è stato infatti il pioniere di un movimento radicale che ha trasformato il trattamento dei disturbi mentali nel nostro Paese.

Nato nel 1924, Basaglia era un medico e psichiatra che ha sfidato le convenzioni della sua epoca, opponendosi al trattamento spesso inumano riservato ai pazienti psichiatrici in istituti sovraffollati.

Nel 1961, divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove iniziò a implementare le sue idee rivoluzionarie, promuovendo la chiusura dei manicomi e l’inserimento dei pazienti nella società.

Questa sua visione, basata sul rispetto dei diritti umani e sull’importanza del contesto sociale nella cura delle malattie mentali, si concretizzò nella Legge 180 del 1978, conosciuta come “Legge Basaglia”, che portò all’abolizione degli ospedali psichiatrici in Italia e segnò un punto di svolta nel trattamento della salute mentale a livello mondiale.

Nella primavera del 1980 si manifestano i primi segni di un tumore cerebrale che lo conducono alla morte in pochi mesi. Si spegne il 29 agosto nella sua casa di Venezia.

Dopo la sua scomparsa, Franco Basaglia è stato sepolto nel cimitero di San Michele, sull’isola omonima della Laguna di Venezia.

Basaglia è ricordato non solo per il suo contributo scientifico ma anche per il suo impegno etico e civile, che ha lasciato un segno indelebile nella storia della medicina e nella società.

29 agosto 1980, muore Franco Basaglia

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Dall’ Archivio Basaglia rilanciamo con convinzione la petizione Mantenere vivo il pensiero di Franco Basaglia e la sua pratica trasformativa, di cui riportiamo il testo che segue, consultabile anche sul sito www.archiviobasaglia.org

Abbiamo appreso dagli organi di informazione della candidatura del pensiero di Franco Basaglia a Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, proposta avanzata dal consiglio comunale di Gorizia con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia. La notizia ci ha profondamente turbati e allarmati, anche se non ci ha stupiti.

Al di là delle scelte opinabili di queste amministrazioni locali che non condividiamo affatto, troviamo sconcertante che in una stagione profondamente regressiva sia da un punto di vista etico che culturale – in cui a livello nazionale in tutti i contesti di cura predominano pratiche psichiatriche violente all’insegna di reparti chiusi, contenzione fisica, medicalizzazione estrema, negazione dei diritti, e in cui l’istituzionalizzazione delle persone è la norma per la gestione di fasce di popolazione portatrici di disagio o di differenze – sia stata avanzata la proposta di far riconoscere l’opera di Franco Basaglia come patrimonio dell’umanità, mettendola accanto al canto lirico in Italia, all’arte del pizzaiolo napoletano e alle eccellenze della cucina italiana.

Sia chiaro, a scanso di equivoci: nutriamo rispetto per l’Unesco e per i processi di patrimonializzazione rivolti alla tutela di saperi e oggetti culturali e naturali, quando non di natura nazionalistica. Il problema che qui solleviamo è ben altro. Senza mezzi termini, più che di un riconoscimento, sembra trattarsi di un’ingiustificata operazione di monumentalizzazione. Operazione che purtroppo accomuna persone che pure lo apprezzano con altre che a malapena lo tollerano e, piuttosto, ne usano la visibilità a scopo politico.

Non ne siamo stupiti, perché già in occasione di anniversari e celebrazioni, dietro l’immagine santificata di Basaglia, si è colpevolmente nascosta una sistematica demolizione delle pratiche di salute mentale territoriale, nate dalle esperienze di deistituzionalizzazione, e della stessa legge 180, attraverso scellerate proposte di revisione (pensiamo al ddl Zaffini 1179, attualmente in discussione in Parlamento, che prevede nei percorsi di cura psichiatrica l’impiego di “misure e trattamenti coattivi fisici”, in presenza di un “pericolo concreto e attuale”, l’estensione della durata dei trattamenti sanitari obbligatori e l’aumento delle sue condizioni di possibilità, l’istituzione nei dipartimenti di salute mentale di nuove imprecisate “unità di accoglienza e presa in carico intensiva territoriale”).

Per essere chiari, la tutela del pensiero e dell’opera di Franco Basaglia – peraltro largamente trascendente i confini nazionali, ed eponimo di un vasto movimento di teorie e di pratiche che comprendono innanzitutto la figura di Franca Ongaro, ma anche quelle di tutti e tutte coloro che hanno lavorato con lui nelle fondamentali esperienze di deistituzionalizzazione di Gorizia, di Parma e di Trieste – non può che vivere in un’analisi continua ed esigente di ciò che è “praticamente vero” nelle nostre azioni quotidiane nel campo della salute mentale. Analisi lontana dalle idealizzazioni e dalle strumentalizzazioni di un riconoscimento internazionale astratto, che rischierebbe di coprire la miseria complessiva delle pratiche psichiatriche in molti luoghi del nostro paese.

Imbalsamare Franco Basaglia, la sua opera rivoluzionaria e trasformativa, in una vuota celebrazione della memoria può rappresentare il mezzo più raffinato per distruggerla. Ricordiamoci che essa non si fonda sulla creazione di un modello, magari scolpito nell’effigie di un francobollo o nella lista d’onore di un premio, ma nella capacità di rilanciare le potenzialità critiche di un pensiero contro ogni ideologia scientista e tenere viva l’attenzione ai bisogni concreti dell’altro contro qualsivoglia pratica di segregazione.

Franco Basaglia non può diventare un’icona morta del passato, ma deve stimolare politici, amministratori, professionisti, familiari, utenti e cittadini ad assumersi una responsabilità diretta per il rispetto dei diritti delle persone più deboli, perseguendo un’intransigente opera di decostruzione delle istituzioni del controllo, difendendo l’universalità del Servizio sanitario nazionale e aumentando le risorse, riconoscendo l’azione di quei servizi e di quegli operatori e operatrici – e ce ne sono tanti e tante – che pure si spendono con dedizione per portare avanti buone pratiche di salute mentale territoriale, valorizzando le esperienze di comunità anche attraverso lo sviluppo dell’impresa sociale, e, non ultimo, sostenendo i progetti di ricerca e di studio volti a consolidare l’eredità storica e culturale di uno dei più rilevanti movimenti democratici di questo paese.

In quanto rappresentanti di Archivio Basaglia, non possiamo quindi che esprimere il nostro totale disappunto verso un “archiviare Basaglia” che prevede il suo sradicamento dalla concretezza di una forma precisa di realtà per relegarlo in un passato eroico la cui carica conflittuale non ci interroga più. Per noi il suo “archivio” – le mille tracce del suo pensiero e della sua pratica – è uno strumento vivo per abitare il futuro.

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