lunedì 22 giugno 2026

Eolico, il caso off-shore alle Egadi

 -Aurelio Angelini-

quattro impianti in un ecosistema unico, nel “collo di bottiglia” siciliano


Un paradigma diverso, non un veto

[...] non è un rifiuto dell’eolico offshore. È la richiesta che la transizione energetica rispetti una gerarchia delle soluzioni, privilegiando impianti di media dimensione in aree a minore sensibilità ecologica, e che, dove impianti di grande scala vengano approvati, le misure di mitigazione siano strutturali, dimensionate, vincolanti e verificabili. I quattro impianti al largo della Sicilia occidentale insistono su uno degli ecosistemi marini e ornitologici più delicati del Mediterraneo: un corridoio migratorio di rilevanza continentale, una rete di aree protette internazionalmente riconosciute, comunità di pescatori artigianali e un paesaggio culturale di valore eccezionale. Approvarli senza le garanzie qui descritte non sarebbe una transizione ecologica: sarebbe una riconversione dell’estrattivismo. Applicarle integralmente significa dimostrare che l’Italia è in grado di costruire un sistema energetico rinnovabile all’altezza della propria biodiversità, dei propri paesaggi e delle proprie comunità"_


Il progetto di quattro installazioni integrate al largo della Sicilia occidentale suscita un mare di discussioni e polemiche: 190 turbine galleggianti alte 300 metri, su 18 milioni di m² di mare. Le piattaforme sono ancorate a circa 78 metri di profondità e soggette a oscillazioni fino a 200 metri in condizioni estreme. Sono collocati al centro del “collo di bottiglia” del Canale di Sicilia: centinaia di specie, molte tutelate a livello internazionale, utilizzano questa rotta come passaggio obbligato tra Europa e Africa in primavera e autunno. Non se ne può prescindere per valutare l’impatto ambientale del progetto. E, se l’eolico offshore è parte necessaria di un mix energetico rinnovabile, la questione non è se costruire impianti eolici in mare, ma come, dove e a quale scala. E con quali garanzie vincolanti di mitigazione ambientale. In aree aperte, con fondali a bassa sensibilità biologica e a distanze adeguate dalle zone protette, essi possono essere realizzati con impatti accettabili, misure di mitigazione rigorose, dimensionate e giuridicamente vincolanti: mitigazioni progettate e quantificate come condizione imprescindibile. L’analisi su un caso emblematico, per capire i problemi sociali e ambientali e agire sul piano politico e istituzionale.

Scrive Aurelio Angelini: "La transizione energetica è la sfida decisiva della nostra epoca. Decarbonizzare completamente la produzione elettrica entro il 2050, come prevede il Green Deal europeo, richiede una mobilitazione tecnologica e territoriale senza precedenti e non ammette scorciatoie: non si può scegliere un solo strumento e rinunciare agli altri. In questo quadro, l’eolico offshore – inclusi i mega-parchi – è parte necessaria del mix energetico rinnovabile. Ma necessario non significa indistinto. La questione non è se costruire impianti eolici in mare, ma come, dove e a quale scala, e con quali garanzie vincolanti di mitigazione ambientale"

Per leggere integralmente l’articolo di Aurelio Angelini

si rinvia a

italialibera.online

pressenza.com

 

 



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