13 anni e due mesi di reclusione, più centinaia di migliaia di euro di risarcimento. Questa la pena a cui è stato condannato Mimmo Lucano, sindaco di Riace, dopo un processo di primo grado durato più di due anni, da giugno 2019 a settembre 2021.
Una pena quasi doppia rispetto alla richiesta del pubblico ministero e superiore a quelle inflitte per reati di stampo mafioso o per reati classificati come strage, come nel caso del raid razzista di Luca Traini a Macerata.
E senza che sia stata dimostrata l’appropriazione a fini privati di soldi pubblici, di cui è accusato il principale imputato, definito capo di una “banda di criminali”, ma rimasto un uomo povero. Nelle sue tasche, infatti, la stessa sentezza riconosce che non è arrivato nulla dei soldi per i quali è accusato di associazione a delinquere, abuso di ufficio, peculato, truffa. Tutte accuse per le quali è stato necessario cercare un movente.
Dello svolgimento di questo processo e della sentenza finale con cui si è chiuso, si occupa il volume “Processo alla solidarietà” (Castelvecchi, 2023), che raccoglie le cronache particolareggiate delle udienze del dibattimento, redatte da Giovanna Procacci e già pubblicate dall’agenzia di stampa on line Pressenza, ed interventi vari di giuristi, magistrati, studiosi delle migrazioni.
Non è infatti vero che le sentenze – come si ripete spesso – non si discutono né si criticano. Le sentenze, come scrive in un breve saggio di questo volume Livio Pepino (già magistrato e ora direttore delle edizioni del Gruppo Abele), non si valutano in base all’utilità contingente o al gradimento soggettivo, così come sono inaccettabili e pericolosi gli attacchi diretti e delegittimanti ai giudici che le hanno emesse. Ma non per questo le sentenze “devono essere messe al riparo da analisi e critiche. La stessa indipendenza della magistratura postula il controllo critico della pubblica opinione, per la decisiva ragione che l’attività giudiziaria non può essere sottoposta ad altri controlli”. Ripercorrere le tappe della vicenda giudiziaria di Lucano è, dunque un doveroso esercizio di democrazia.
La valutazione complessiva che emerge dal testo curato da Procacci è che alla sbarra, in questo processo, ci sia “un sistema organizzato e continuativo di solidarietà, che per di più aveva raccolto riconoscimenti e consensi fuori dall’ordinario”.

Procacci arriva a scrivere che, leggendo la sentenza, sembra quasi che il dibattimento non ci sia stato. Non solo perché la sentenza ricalca la ricostruzione proposta dalla Procura, ma perché in essa sparisce l’incerto confine tra illeciti amministrativi e reati penali che ha caratterizzato tutto il processo. Soprattutto dopo che era caduta la denuncia per concussione, ritrattata dal commerciante Francesco Ruga, ed erano rimaste in piedi solo le irregolarità amministrative (difetti di rendicontazione, data base poco accurato, …), emerse dall’indagine della Guardia di finanza. E commesse in una situazione di pressante emergenza migratoria in cui Riace continuava ad accogliere rifugiati su richiesta insistente della Prefettura, che non riusciva a collocarli altrove. Tanto che Lucano in Prefettura era denominato ‘san Lucano’.
La confusione e il disordine, oltre che dal numero di arrivi, erano accresciuti dai continui mutamenti della normativa, come testimonieranno nel corso del dibattimento, i funzionari che erano stati in costante rapporto con il Comune, al quale indicavano criticità e chiedevano correzioni, in parte via via effettuate.
Nella motivazione della sentenza la dimensione amministrativa delle irregolarità sparisce e viene assorbita dai reati penali di cui Lucano e i suoi ‘complici’ sono accusati. L’accoglienza diventa “un comodo paravento per lucrosi affari privati”, tutta l’esperienza di Riace diventa crimine, mosso da avidità personale.
E, visto che non è stato possibile dimostrare, nonostante le numerosissime intercettazioni effettuate, che Lucano abbia intascato il denaro pubblico destinato all’accoglienza dei rifugiati, nella ricerca di altro movente, viene individuato quello politico. Le ‘manovre truffaldine’ sarebbe servite a raccogliere consensi in vista di una carriera politica, che poi non c’è stata. Ipotesi costruita a partire da una intercettazione in cui Lucano parla con il fratello di una possibile candidatura alle politiche del 2018, mai avvenuta.
Con una “furbizia travestita da falsa innocenza”, il sindaco di Riace, avrebbe evitato di intestarsi alcun bene, avrebbe lasciato in umili condizioni la sua casa per mascherare l’attività illecita perpetrata, senza peraltro che, in tanti anni e nonostante lo scambio continuo con gli uffici prefettizi, nessuno se ne accorgesse.
Anzi, di un modello Riace positivo aveva parlato un dirigente (Campolo) dell’area immigrazione della Prefettura in seguito ad una ispezione condotta nel 2017. Nella relazione finale, oltre ad accertare la corretta distinzione tra CAS e SPRAR nella gestione dei rifugiati, aveva apprezzato le caratteristiche della accoglienza praticata, la creazione dei laboratori, le strutture dedicate ad attività che coinvolgevano stranieri e autoctoni, l’inclusività della scuola.
Una relazione elogiativa per due anni ‘secretata’ dallo stesso Prefetto proprio mentre veniva fatta circolare quella negativa, risalente allo stesso anno, del colonnello Sportelli, che diventerà uno degli strumenti dell’accusa.
Anche nel corso del dibattimento, tuttavia, erano state rese diverse testimonianze favorevoli a Lucano da parte di autorevoli funzionari, come la direttora generale della Provincia di Reggio Calabria. Quest’ultima (Modafferi) aveva garantito della legittimità delle scelte operate dal sindaco sulla raccolta differenziata dei rifiuti, sulla mancata riscossione dei diritti di segreteria, sulla situazione dei ‘lungo permanenti’: tutte considerate illecite dall’accusa.
La sentenza non ne tiene conto, così come non tiene conto di provvedimenti favorevoli a Lucano emessi da altre autorità giudiziarie, restando così impermeabile alle pronunce che smontavano interi pezzi delle ipotesi di accusa. Il Tar Calabria, ad esempio, dando ragione al Comune, aveva dichiarata illegittima la chiusura dello Sprar e il trasferimento dei migranti, con sentenza (n356/2019) confermata nel maggio 2020 dal Consiglio di Stato, che aveva qualificato il modello Riace “encomiabile negli intenti e negli esiti del processo di integrazione”.
C’era stato anche un intervento della Corte di Cassazione, che aveva revocato le misure cautelari imposte a Lucano per l’affidamento, considerato illegittimo, della raccolta dei rifiuti, riconosciuto invece legittimo dalla suprema Corte che scagionava così Lucano da comportamenti fraudolenti.
C’era stata anche una sentenza del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, che aveva definito “inconsistente” il quadro giudiziario, evidenziato l’assenza di riscontri alle conclusioni formulate dalla Procura di Locri e ribadito l’assenza di condotte penalmente rilevanti.
Nessuno di questi interventi, nonostante invalidassero le accuse, è stato preso in considerazione.
lettura integrale di "Riace, Processo alla solidarietà" su ArgoCatania
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