-Redazione PA Pressenza-
Questi beni sono “giacenze” oppure “riserva aurea" dell'Umanità?
fermare il paradigma siciliano prima che oltrepassi l'isola
subito un dibattito pubblico sulla questione della valorizzazione
dei beni culturali che coinvolga l'intera comunità
In
prima istanza sarebbero chiamati a rispondere a questa domanda i dirigenti dei
presidi della cultura della regione siciliana che oggi hanno in consegna i beni
pubblici conservati nei depositi. Questi beni sono “giacenze” (oggetti di
scarto rispetto ai materiali esposti nei musei) oppure – come sottolinea il
professore Settis – sono la “riserva aurea” degli studiosi in quanto fonte di
continui rinvenimenti? Per dar forza al suo discorso, l’archeologo e storico
dell’arte, cita il ritrovamento di 200 frammenti di metope provenienti da
Selinunte nei depositi del Museo regionale "Antonino Salinas" da parte di
Clemente Marconi nel 2003. Il riferimento al Museo archeologico di Palermo richiama
alla nostra memoria, ancora una volta, il discorso di Salinas del 1873, durante il suo
insediamento nella qualità di direttore del Museo di Palermo, Istituto che in
seguito diede vita per gemmazione ad alcuni musei pubblici del capoluogo
dell’Isola, dal Museo archeologico giustamente intitolato a Salinas, alla
Galleria di Palazzo Abatallis, e non solo.
L’archeologo
siciliano, dunque, durante il suo discorso, ricostruendo a grandi linee la
storia delle pubbliche collezioni d’arte che aveva preso avvio grazie alle
donazioni di alcuni principi illuminati, spiegava come la gestione pubblica
delle raccolte storico-artistiche nei musei, poteva garantire il migliore
“godimento” del patrimonio culturale a tutti i cittadini e lo studio alle
comunità di ricercatori. Per dare concretezza a questi assunti, Antonino
Salinas nello stesso 1873 donava al Museo la propria raccolta di monete e anticaglie, che assommava a seimilaseicentoquarantuno
pezzi, nella consapevolezza che “al
disopra della proprietà privata” ci sia “la proprietà della civiltà”, e auspicando
che il suo gesto fosse da esempio per altre donazioni al Museo.
Da questi pochi cenni, il pensiero e
l’operato di Salinas ci restituiscono il giusto approccio per comprendere la formazione
dei depositi dei siti culturali
siciliani che contengono soprattutto beni “di cui sia stata smarrita la documentazione”
e il “contesto d’appartenenza” e che oggi possono essere affidati ad imprese
private.
Il
decreto del 30 novembre e il successivo dispositivo del 10 dicembre, sempre
dell’Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana, tradiscono di
fatto le intenzioni dei principi illuminati, primo fra tutti Giuseppe Emanuele
Ventimiglia Cottone principe di Belmonte, di archeologi come Antonino Salinas e
di tutti gli altri donatori che hanno ritenuto la fruizione pubblica dei loro
beni superiore al godimento privato. Ma non è solo questo, la politica
siciliana sui beni culturali privatizza di fatto beni acquistati con denaro
pubblico, ovvero con i soldi dei contribuenti, come testimoniano, ad esempio,
le lettere di Antonino Salinas indirizzate a Michele Amari, in cui il direttore
del Museo di Palermo chiedeva all’uomo di governo, ma anche appassionato
cultore della storia della Sicilia, soldi per non farsi sfuggire acquisti per
il Museo, e poteva trattarsi, è importante specificare, di un marmo, di un
dipinto, ma anche di una moneta, di un gioiello o di un merletto, che oggi, per
la maggior parte, si trovano proprio nei depositi degli Istituti siciliani.
Il dibattito che qui proponiamo riguarda, dunque, le generazioni passate, le presenti e le future, interroga gli addetti ai lavori, e per questo ringraziamo il professore Settis, interroga i dirigenti degli istituti siciliani ma anche le donne e gli uomini che hanno occupato posti significativi nell’amministrazione pubblica dei beni culturali siciliani e da ciascuna/o attendiamo un pronunciamento; un dibattito pubblico che dalla Sicilia attraversi lo stretto, un dibattito esteso a tutti, cittadine/i investiti di responsabilità dinanzi a scelte come questa, in cui i beni culturali, che sono beni comuni della collettività mondiale, vengono svenduti a imprese private. Infatti, la volontà dell’Assessorato di liberare i depositi dei musei e degli altri istituti della cultura ci rende tutti più poveri, come ci ricorda Settis “per valorizzare i depositi non bisogna svuotarli, bisogna studiarli e conoscerli”.
1Troppi beni culturali da gestire? Affidiamoli al mercato

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