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intervista a Ben Mabie
Negli anni
immediatamente precedenti e successivi alla pandemia abbiamo assistito, negli
Stati Uniti, a una nuova fase di insubordinazione operaia: dapprima con la
moltiplicazione degli scioperi tra il 2020 e il 2022, poi con un’ondata
di sindacalizzazioni in molti luoghi di lavoro, favorita anche dal National
Labor Relations Board sotto l’amministrazione Biden. Che cosa resta di
quell’insorgenza di fronte al contrattacco antioperaio di Trump, alla
legislazione antisindacale e agli attacchi contro il lavoro migrante?
C’è stato
certamente un momento in cui questa ripresa e questo nuovo dinamismo erano
molto forti. In parte lo si doveva all’uscita dal mercato del lavoro di molte
persone durante la pandemia, quando esistevano diverse forme di sussidio
statale e ampie moratorie sugli sfratti. Questo potere contrattuale è stato
colto in modo piuttosto intuitivo da lavoratori e lavoratrici, che hanno sfruttato
la situazione a proprio vantaggio. In molti casi sono riusciti a costruire
nuove organizzazioni, a lanciare scioperi vittoriosi e, sicuramente, a ottenere
aumenti salariali che il mercato del lavoro statunitense non vedeva da
parecchio tempo.
Ma credo che
dovremmo evitare una rappresentazione eccessivamente ottimistica di ciò che
quel movimento è stato nella prima parte del decennio. Il quadro generale per
il lavoro americano resta caratterizzato da un precipitoso declino della
densità sindacale, da offensive padronali che cercano di dequalificare ampie
porzioni della forza lavoro attraverso l’introduzione di nuove tecnologie, e da
sforzi costanti di disciplinamento violento, soprattutto di quelle parti della
classe lavoratrice il cui rapporto con lo status di cittadinanza o con le
tutele dello Stato è piuttosto precario.
L’amministrazione
Trump ha approfondito e accelerato queste tendenze, con gli attacchi all’NLRB e
il boom delle deportazioni, insieme all’introduzione dell’IA presentata
esplicitamente come strumento per disciplinare il lavoro dei colletti bianchi,
che sono stati tra i principali bersagli dell’amministrazione, con il tentativo
di privare oltre un milione di impiegati federali del diritto di aderire al
sindacato, una quota relativamente ampia dei lavoratori sindacalizzati. Dunque
la situazione è piuttosto difficile, ma ci sono tendenze di quel momento
precedente che sono sopravvissute, e nel movimento operaio rimangono momenti di
dinamismo. Ce ne sono due, in particolare, che vanno distinti sul piano
analitico.
Il primo è la
ricomposizione a sinistra del livello formale e istituzionale del movimento
sindacale. Ci sono stati sforzi significativi per trasformare e conquistare i
Teamsters e gli United Auto Workers, e per battersi a favore di una leadership
più progressista alla guida dei Communications Workers of America, per citare
solo alcuni esempi di rilievo. La vera difficoltà è che tutto ciò non ha
veramente coinvolto la base. La grande maggioranza di queste organizzazioni
continua a promuovere una certa passività tra gli iscritti. Non sono
organizzazioni democratiche e sono in gran parte contenitori vuoti.
Il secondo è
la tendenza, tra lavoratrici e lavoratori e i settori di base del movimento, a
sperimentare nuovi modelli organizzativi fondati sull’attivazione autonoma,
sull’auto-organizzazione, sulla democrazia e sulla militanza. Questa tendenza a
volte procede in congiunzione con i livelli più istituzionali del movimento
operaio, a volte se ne tiene a distanza.
L’attività di
sciopero è stata ridimensionata in alcuni settori sotto Trump, ma si vedono
ancora molte persone che cercano a tentoni un modo diverso di organizzarsi. E
questo è proprio il risultato dell’indebolimento delle forme giuridiche di
protezione: sotto Trump, le persone devono trovare forme di difesa extralegali,
che non passano per le procedure formali di reclamo né per il NLRB, e si
rivolgono a una serie di altre tattiche. C’è dunque un approccio organizzativo
molto più conflittuale.
Negli ultimi
mesi abbiamo visto emergere anche nuove lotte da parte di nuovi soggetti, come
i tech workers, a cui Long-Haul ha dedicato molta attenzione di recente, scrivendone
nell’ultimo numero e promuovendo una discussione online con lavoratori e
lavoratrici che negli anni scorsi hanno scioperato al New York Times e a
Kickstarter. Quali sono le potenzialità di queste lotte in un contesto in cui
tecnologia e IA sono sempre più centrali nei processi produttivi?
Il movimento
operaio si interessa raramente ai tech workers. Sono pagati molto bene rispetto
ad altre parti della forza lavoro. In molti casi sono diventati il simbolo
della gentrificazione e lavorano ai vertici del capitalismo americano.
Condividono molti tratti che storicamente hanno contraddistinto i lavoratori
altamente qualificati di quei mestieri, ingegneri e tecnici specializzati, tra
cui un alto grado di identificazione con il processo lavorativo o talvolta
perfino con l’impresa.
Nell’ultimo
decennio, però, l’organizzazione dei tech workers ha mostrato un notevole
dinamismo. Durante la prima amministrazione Trump ci sono state diverse
proteste e scioperi, soprattutto in solidarietà con le lotte contro il razzismo
o contro la misoginia nel settore, e contro la potenziale complicità tra le
grandi piattaforme e le politiche di Trump. In questo arco di tempo quel
movimento ha vissuto un vero processo di maturazione, con lotte sulla giornata
lavorativa e per il controllo sul processo lavorativo.
Con Long-Haul
siamo interessati a tutti i casi in cui lavoratori e lavoratrici prendono
un’iniziativa autonoma, ma è anche difficile non vedere le analogie storiche
tra questo particolare strato della classe, gli ingegneri informatici altamente
qualificati spesso non formalmente sindacalizzati, e quei tecnici altamente
specializzati che contribuirono a costruire alleanze con una serie di altri
strati della classe lavoratrice e a dar vita a esperienze come i consigli
operai dei primi del Novecento.
Penso che il
dinamismo che viene da questo settore possa permetterci di ripensare il copione
che ha dominato gran parte del movimento sindacale ufficiale, incentrato sulla
costruzione di un picco di potere organizzato in uno sciopero di pochi giorni.
In certi settori o industrie, l’impatto di un’interruzione del lavoro si sente
in tempi relativamente rapidi, ma per chi lavora nel tech il potere
contrattuale si costruisce nel tempo, perché ci vuole tempo prima che le cose
su cui lavorano inizino a incepparsi.
Questo apre
la possibilità di pensare un sindacato, o una sorta di organizzazione di lotta
all’interno di un determinato luogo di lavoro, non come la centralizzazione di
una serie di individui che lavorano per ottenere una maggioranza schiacciante,
ma come la federazione di squadre di lavoro composite. È qualcosa che sta
accadendo in diversi settori, ma il tech è uno dei luoghi in cui questo modo di
pensare si sta diffondendo con relativa rapidità e in modo piuttosto
entusiasmante.
Una pratica
che ha cominciato a diffondersi a macchia d’olio in tutto il settore tech è la
lotta per definire norme sull’IA, ovvero regole di lavoro su come viene usata.
In diversi luoghi di lavoro si sono tenute riunioni squadra per squadra in cui
si è discusso di come implementare e usare l’IA concretamente, e di come non
farlo. E hanno cercato di fissare alcune regole: non rilasciare codici che non
siano stati rivisti da un essere umano, di non dare seguito a richieste che non
siano state generate da un essere umano. Queste regole di lavoro hanno
preparato il terreno a nuove forme di scontro con il management, ma richiamano
anche il modo in cui i tecnici altamente qualificati del passato hanno cercato
di esercitare un maggiore controllo sul processo lavorativo.
Nell’attuale
contesto di guerra e disordine globale, in cui in particolare le conseguenze
della guerra in Iran incidono pesantemente sulle condizioni del lavoro vivo
negli Stati Uniti, in che misura le lotte dei lavoratori sui salari hanno
incluso nelle loro rivendicazioni un rifiuto della guerra?
La guerra in
Iran è tremendamente impopolare: fin dall’inizio lo è stata anche più della
guerra in Vietnam nel suo punto più basso, eppure questa impopolarità non si è
tradotta in una capacità di fermare la guerra o l’escalation militare.
Guardando ai prezzi del carburante e del diesel, credo che questo si tradurrà
in un aumento del costo della vita che colpirà i lavoratori statunitensi più di
quanto abbia iniziato a fare finora, e ciò potrebbe avere un effetto
catalizzatore sulle lotte; molti lavoratori stessi cercano certamente di
collegare l’aumento del costo della vita alla belligeranza dei vertici dello
Stato americano. Tuttavia, un’organizzazione esplicita contro la guerra nei
luoghi di lavoro non è stata una pratica diffusa.
Pur subendo i
costi della guerra di Trump, lavoratori e lavoratrici statunitensi restano
comunque più al riparo di quelli di altri paesi. In parte ciò dipende
dall’espansione della produzione di combustibili fossili negli Stati Uniti
negli ultimi vent’anni; in parte dipende dalla natura dello Stato militare
americano che, in risposta alle lotte popolari del Novecento, è passato a forme
di guerra a più alta intensità di capitale. Ciò ha significato non solo una
riduzione del numero di soldati inviati a combattere queste guerre, ma anche
una contrazione del numero di americani sottoposti a quel tipo di accelerazione
dei ritmi e di sfruttamento intensivo che in passato si associava alla
produzione bellica.
Questo non
significa che non siano emerse delle lotte. Vale la pena sottolineare una serie
di lotte in cui i lavoratori hanno raccolto il testimone dell’antimperialismo e
dell’antimilitarismo, a volte con effetti notevoli. Un esempio degno di nota è
quello delle università, che si intrecciano con la macchina bellica
statunitense in diversi modi, con un’enorme quantità di ricerca che alimenta,
direttamente o indirettamente, i programmi di difesa.
Negli ultimi
due anni non ci sono state solo gli encampments studenteschi, ma anche una
serie di lotte sul posto di lavoro da parte degli addetti di laboratorio a
Dartmouth, alla Columbia e all’Università della California, che si sono
rifiutati di lavorare a contratti legati ad aziende israeliane o al
Dipartimento della Difesa. In alcuni dipartimenti dell’Università della
California i lavoratori sono addirittura riusciti a ottenere il diritto di
rifiutare, come laboratorio, lavori su commesse del DoD e israeliane, qualora
venissero loro assegnate. Sempre all’Università della California, nella
primavera del 2024, proprio al culmine del movimento degli encampments studenteschi
in tutto il paese, si è tenuto uno sciopero di ricercatrici e ricercatori per
la Palestina. Per un periodo è stato ufficialmente avallato dal sindacato e si
è propagato in diversi campus, a partire da Santa Cruz, ed è documentato nel secondo numero di Long-Haul.
Ci sono state
lotte
dei portuali, e facciamo questa intervista a pochi giorni dallo sciopero
dei portuali a Genova e nel resto del mondo del 30 ottobre. Anche lavoratori e
lavoratrici dei media sono stati in prima linea nella battaglia per il diritto
di criticare la guerra e la macchina del consenso che esiste in molti dei
luoghi di lavoro in cui operano. I lavoratori della Boeing, grande appaltatore
della difesa, hanno parlato di diverse forme di sabotaggio industriale avvenute
prima e dopo un importante sciopero che hanno condotto per salari e condizioni
di lavoro.
Dunque queste
lotte esistono e stanno sviluppando collegamenti internazionali concreti. Credo
che la cosa da sottolineare sia che la possibilità di un’azione internazionale
contro la guerra di grande portata deve poggiare su solide fondamenta
nell’iniziativa operaia. Non conta davvero da quale questione parta la lotta:
può essere politica, può essere economica. Ciò che determina se queste lotte
contro il militarismo riescano ad andare più lontano è il grado in cui quelle
fibre dell’auto-organizzazione riescono a estendersi e rafforzarsi. E benché queste
lotte non abbiano ovviamente fatto granché per attenuare la guerra, offrono una
sorta di mappa che mostra dove il lavoro è ancora incastrato nella macchina
bellica americana e dove la resistenza sarà più importante nei prossimi anni,
mentre sviluppiamo una lotta contro il militarismo.
Negli ultimi
mesi la
macchina delle deportazioni ha accelerato e si è estesa, con l’ICE che ha
adottato un approccio meno spettacolarizzato ma più efficace. Tuttavia, dopo
Los Angeles nel giugno 2025 e Minneapolis nel gennaio 2026, non abbiamo visto
altre occasioni di mobilitazione di massa contro le deportazioni, anche se
esistono ancora diversi sforzi organizzativi per opporsi alle deportazioni o
ostacolarle a livello locale e legale. Perché pensi che sia così? In che modo
si manifesta oggi l’opposizione alle deportazioni?
La risposta
più semplice è che le tattiche dell’ICE sono cambiate in reazione al successo
delle lotte contro di esse. Il caso paradigmatico è l’Operation Metro Surge in
Minnesota, quando inviarono in una città 3.000 o 4.000 scagnozzi paramilitari,
spesso con rapporti antagonistici anche con le altre forze dell’ordine e con i
governi locali. Questa forma di invasione paramilitare federale delle città per
effettuare arresti di massa ha fallito completamente. Già prima di Minneapolis
queste tattiche erano in forte declino, dato che questi eventi di arresto di
massa, molto spettacolari, avvenivano spesso in spazi pubblici, nel cuore delle
città, e ciò significava che c’erano molte persone che potevano radunarsi per
opporre resistenza. Nel primo anno di questa nuova crociata anti-migranti di
Trump, fino al 30% di queste proteste spontanee contro l’ICE si è tradotto in
uno scontro fisico tra le forze dell’ordine e i manifestanti.
Poi
l’Operation Metro Surge in particolare è stata nettamente sconfitta dalle giornate
di azione a Minneapolis, ma anche dall’ubiquità dell’auto-organizzazione
nella difesa dei quartieri, per attirare costantemente l’attenzione sugli
agenti dell’ICE che cercavano di condurre queste retate, per fargli tormentarli
e sorvegliarli. Credo davvero che dobbiamo riconoscere la forza di queste iniziative
auto-organizzate di autodifesa in un paio di luoghi in cui l’approccio era
stato più violento. Ma le tattiche dell’ICE sono cambiate.
I vecchi
vertici sono stati sconfitti ed estromessi dall’amministrazione, ed è iniziato
un approccio molto più sottile, che aumenta gli arresti attraverso una stretta
collaborazione con le forze dell’ordine locali e compie arresti più silenziosi
nelle case delle persone, in piccoli numeri, spesso di notte o nel bel mezzo
della giornata lavorativa, quando le persone sono fuori dai loro quartieri. E
credo che non abbiamo ancora trovato una postura adeguata per rispondere a
questi arresti più agili e mirati. Ma questo non significa che la lotta si sia
fermata.
Ci sono due
cose che vale la pena evidenziare. La prima è che c’è stata una vera
proliferazione di gruppi di ICE watch e di auto-difesa, specialmente tra
lavoratrici e lavoratori dei luoghi della riproduzione sociale, come scuole e
ospedali. Alcuni di questi, come a Oakland, in California, sono stati messi
alla prova con un certo successo, come nel caso delle insegnanti delle scuole
elementari di San Pedro e Los Angeles, che hanno fatto leva sui loro legami con
i plessi scolastici per organizzare reti di vigilanza di quartiere contro le
retate dell’ICE.
C’è stato
però anche un altro livello di resistenza, quello degli stessi migranti in
detenzione. All’inizio di quest’anno un’ondata di scioperi della fame e del
lavoro ha attraversato il paese, in particolare nei centri di detenzione
gestiti dal GEO Group, come
Delaney Hall in New Jersey. Queste lotte hanno catalizzato proteste
all’esterno, e parti del movimento guardano a queste attività come a punti
nevralgici in cui le lotte potrebbero tornare a concentrarsi.
Che si sia
interessati o meno alle alchimie del sistema elettorale statunitense, le
prossime elezioni di midterm saranno senza dubbio rilevanti per le prospettive
della lotta di classe nel prossimo futuro. Mentre parliamo, a pochi giorni dal
voto, lo scenario politico sembra estremamente difficile per i Repubblicani.
Come leggi questa situazione? Nel 2024 un editoriale di Long-Haul affermava che,
alle ultime presidenziali, lavoratrici e lavoratori statunitensi, lungi dal
votare per Trump, si erano astenuti in massa, non avendo trovato alcuna ragione
per sostenere Kamala Harris e il Partito Democratico. Pensi che lo scenario
attuale sia il segno che questo atteggiamento sta cambiando rispetto a due anni
fa?
Certamente
lavoratrici e lavoratori non hanno partecipato alle elezioni del 2024 in quanto
classe, e le pretese del Partito Repubblicano di diventare un nuovo partito
della classe lavoratrice erano infondate allora e lo sono ancora di più oggi. È
certamente vero che l’eccezionale risultato elettorale di Trump è dovuto in
parte a un voto di protesta che ha attratto anche strati più proletarizzati
dell’elettorato americano. Erano persone che non avevano votato per un nuovo
impegno ideologico verso l’estrema destra, ma che avevano votato in gran parte,
nella misura in cui avevano votato, per Trump a causa di una crisi crescente
del costo della vita per la quale i Democratici non avevano alcuna proposta
politica.
Trump ha
detto che avrebbe fatto due cose. Ha detto che avrebbe abbassato i prezzi e che
avrebbe posto fine alle endless wars. Ebbene, non ha fatto né l’una né l’altra
cosa, anzi ha peggiorato molto entrambe. E ampi settori di quella coalizione
molto provvisoria e irripetibile che aveva messo insieme nel 2024 lo hanno
abbandonato e si sono staccati, e non lo sosterranno nel 2026. Ha eroso il
sostegno anche tra alcuni dei suoi sostenitori più fedeli, il che lo mette in
una posizione difficile.
Mi aspetto
che ci sarà un successo democratico piuttosto significativo in tutto il paese,
nonostante l’enorme afflusso di denaro repubblicano riversato sulle elezioni.
In certe sfide elettorali i Repubblicani spendono più dei Democratici, credo
anche cento a uno. Elon Musk ha speso in questa tornata più di quanto abbia
fatto nel 2024, il che è notevole.
In ogni caso,
quando si pensa al rapporto della classe lavoratrice con la politica
elettorale, bisogna cominciare a ragionare in modo composito o settoriale, tenendo
conto delle segmentazioni che definiscono la classe lavoratrice negli Stati
Uniti, anziché parlarne a un livello troppo generico, come di una classe unica.
Penso che ci saranno porzioni della classe per le quali l’affluenza sarà più
alta e porzioni per le quali potrebbe rivelarsi più debole.
Nell’ultimo
anno abbiamo assistito a un numero crescente di vittorie di candidati
socialisti nelle primarie democratiche, mentre gli iscritti ai Democratic
Socialists of America (DSA) hanno raggiunto il record di 120.000. Qual è il
riferimento sociale di questa politica socialista?
Ci sono
alcuni settori della classe che ci si sono buttati a capofitto. Questo è stato
particolarmente vero a New York, ma anche altrove: si tratta di una feconda
combinazione o alleanza tra uno strato professionale tipicamente laureato, in
possesso di titoli ma in via di proletarizzazione, concentrato nelle città, e
diversi immigrati di prima e seconda generazione, con bassi livelli di
identificazione o integrazione istituzionale nel Partito Democratico. Sono
persone che, su una serie di questioni, si sono raccolte attorno
all’internazionalismo e a un’agenda redistributiva, grazie a candidati su cui
hanno potuto contare e alla forza dei movimenti sociali tra quegli strati della
classe negli ultimi due decenni.
Il vero punto
debole dell’attuale tendenza socialdemocratica nella politica americana è
l’incapacità di integrare nel progetto, allo stesso livello, gli elettori neri
della classe lavoratrice. In particolare, gli elettori neri più anziani,
nonostante le ricche tradizioni di lotta che hanno alle spalle, hanno ancora
un’identificazione molto forte con il Partito Democratico, come una sorta di
contrappeso difensivo contro il razzismo e il revanscismo. E questa sfida si è
manifestata a livello locale in tutto il paese.
Che cosa
pensi del primo anno dell’amministrazione Mamdani a New York?
Penso che ci
siano due diverse logiche strategiche dietro il sostegno a Zohran e a ciò che
viene perseguito al governo. C’è una logica dominante e c’è una logica
subordinata.
La logica
dominante può essere definita come lo sforzo di attuare una serie di politiche
redistributive e di buon governo che possano consolidare una base sociale per
il socialismo democratico. Significa approvare politiche redistributive,
consolidare un blocco elettorale working-class duraturo contro i blocchi
proprietari che esistono nella politica statunitense, costruendo quel blocco su
una base di classe che possa garantire un successo elettorale continuativo
anche a livello nazionale.
Zohran finora
ha avuto successo. Ha congelato gli affitti. Ha ampliato l’assistenza
all’infanzia, un enorme aiuto per permettere alle persone di restare nelle
città. Ha promosso una serie di altre misure sul costo della vita. Ed è uno
sforzo difficile, perché i poteri fiscali necessari per produrre queste
politiche, l’apparato di elaborazione delle politiche pubbliche, spesso
eccedono ciò che si può ottenere a livello municipale.
Quella logica
strategica, tuttavia, comporta spesso compromessi con una serie di forze, tra
cui in modo molto evidente Trump, ma anche altre fazioni centriste del Partito
Democratico e importanti esponenti del mondo imprenditoriale locale. Ha
significato compromessi, ancora una volta, con persone che sono in genere
ostili al progetto socialista. Questo ha portato, ad esempio, Zohran a moderare
e ritirare rivendicazioni sulla solidarietà con la Palestina e sulla polizia
locale. Resta da vedere se tutto ciò possa innescare un’identificazione
politica duratura con il blocco socialista democratico, o un circolo virtuoso
di formazione di classe che si propaghi dalle elezioni o dalle politiche
pubbliche verso il basso.
Esiste però
un’altra logica strategica nel sostegno a Zohran, che consiste nell’ampliare la
partecipazione politica delle persone comuni e le loro capacità di
auto-organizzazione. Un newyorchese su otto ha partecipato come volontario alla
campagna elettorale di Zohran. È un allargamento davvero enorme della platea di
persone che si impegnano in questo tipo di attività politica. E Zohran ha
cercato, in modo più modesto, di perseguire alcune di queste politiche anche
dentro il governo.
Ha promosso
la costruzione di associazioni di inquilini in tutta la città. Ha lavorato in
tandem con le parti più organizzate del movimento degli inquilini per avanzare
rivendicazioni sul controllo da parte degli inquilini e sulla proprietà
municipale di immobili in disuso appartenenti a grandi proprietari societari in
bancarotta. Sta aprendo un nuovo ufficio che promuoverà la sindacalizzazione
tra i lavoratori dei piccoli negozi. C’è dunque questa seconda logica di
auto-organizzazione e di sviluppo della capacità organizzata delle persone di
esercitare il controllo sulla propria vita.
Ma questa è
una logica subordinata: non è il modo principale in cui governa. Penso che gli
sforzi in questa direzione siano finora piuttosto precari e fragili. E mettono
anche in evidenza, credo, un’ambiguità: l’attività organizzata formale non
significa sempre capacità di lotta. Queste sono alcune delle tensioni in gioco.
Penso che abbiamo visto più la dimensione socialdemocratica e populista di
sinistra di Zohran che non lo Zohran dell’auto-organizzazione.
In quanto
membro del Communist Caucus dei DSA, quale pensi sia la direzione strategica
che il partito dovrebbe prendere d’ora in avanti? Pensi sia possibile che i DSA
diventino qualcosa di più di una semplice forza elettorale che spinge il
Partito Democratico verso sinistra?
I DSA sono la
più grande organizzazione socialista degli Stati Uniti dell’ultimo secolo.
Hanno una presenza su tutto il territorio nazionale, anche se gran parte dei
loro iscritti sono concentrati nelle città in cui sono predominanti i due
strati che ne compongono la base sociale: quello immigrato e quello della
classe lavoratrice in declassamento.
I DSA sono
esplosi dopo la campagna elettorale di Bernie nel 2016, e per un certo periodo
si sono caratterizzati per una serie di esperimenti piuttosto embrionali ed
eterogenei di organizzazione e di politica: sotto la bandiera dei DSA si
perseguiva più o meno qualsiasi cosa. Con la crescita dei successi elettorali,
tuttavia, c’è stata una forte corrente che ha spinto verso gli esperimenti
populisti di sinistra dell’America Latina e dell’Europa, cioè verso il
consolidamento di una leadership carismatica, con la scomparsa del precedente
strato di militanti e attivisti. L’attenzione si è concentrata di più su una
comunicazione disciplinata, a discapito di una più variegata cultura interna
deliberativa e democratica. E penso che New York sia il luogo in cui questa
tendenza è più chiara.
Ci sono
centinaia e centinaia di persone a New York City che ricevono uno stipendio da
un candidato, un ufficio, una campagna dei DSA. E queste persone predominano
nelle deliberazioni interne della sezione locale. Ciò ha ristretto lo spazio
per il dibattito e anche per quegli esperimenti e quelle forme di
organizzazione che hanno bisogno di attecchire davvero.
Il Communist
Caucus sostiene da tempo che dovremmo polarizzare il dibattito nei DSA,
chiedendoci se la politica davvero si propaghi verso il basso attraverso le
elezioni e la legislazione, oppure se debba essere costruita dal basso. A che
livello avviene davvero la formazione di classe e l’organizzazione di classe?
Abbiamo cercato di promuovere una serie di iniziative di organizzazione di
classe dentro e fuori i DSA, e in alcuni luoghi abbiamo avuto successo, in
particolare dove, per una serie di ragioni, l’esperimento elettorale non ha
attecchito.
Ma resta da
vedere se i DSA diventeranno sostanzialmente il prossimo veicolo populista di
sinistra negli Stati Uniti, oppure se continueranno a essere qualcosa di molto
più ricco di potenziale, capace di spingersi verso forme di organizzazione più
sperimentali, di base e più molecolari. Ma questo è un dibattito, una lotta
interna, il cui esito non possiamo ancora prevedere.

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