-Guido Viale-
Come spiegare l’esplosione di rabbia che sta dando luogo un po’ in tutto il mondo a violente o “pericolose” rivolte giovanili? E come affrontarle? Per quanto riguarda gli altri Paesi, dalla Francia all’India, per citarne due a caso, valgono spiegazioni di ordine sociale (crisi economica, diseguaglianze…) o politico (logoramento del consenso…). Da noi no. Da noi si tratta solo di criminali. Sono giovani? Sono giovani criminali. Sono bambini?
Sono bambini criminali. Criminale è chiunque commette un crimine. Il prima e il dopo della loro esistenza non interessa, o conta solo se c’è recidiva. Alcuni però, se arabi, africani o musulmani, o tutte e tre le cose insieme, criminali lo nascono. Lo erano già – scrive il quotidiano La Verità – i saraceni che saccheggiavano le nostre coste. Certo, ci sono anche dei criminali bianchi e cristiani, ma meno...
Per tutti (meno alcuni: i loro amici), la soluzione è comunque unica: più leggi, più reati, più pene, più polizia, più arresti, più carceri, più separazione tra chi è al di qua e chi al di là della legge. Una sfilza senza fine di leggi “securitarie”. Si allarga così il bacino dei “fuorilegge” reali o potenziali, anche a costo di restringere quello delle persone “a posto”. Conseguenze? Criminalità in continuo aumento e necessità di rafforzare l’apparato repressivo. Al governo la pensano così. L’intendence suivra. I media seguiranno.
Non tutti però ragionano così. C’è chi cerca di capire. Tra le teorie più accreditate, la “pentola in ebollizione” e la “rottura della cinghia d trasmissione”. Non sono stati costruiti sufficienti canali di “espressione emotiva” per dare sfogo alle frustrazioni giovanili; quindi i giovani frustrati sentono il bisogno di spaccare tutto. Ma perché sono frustrati? “Per un fallimento personale o perché sottoposti a stimoli nocivi (abuso, bullismo, pressioni sociali)”. Fine.
Oppure, la dissoluzione degli organismi intermedi (sindacati, partiti, associazioni, parrocchie) ha creato una distanza incolmabile tra le istanze sociali (dei giovani) e le strutture di potere: i giovani non riescono più a far sapere ai potenti che cosa vorrebbero e questi non li accontentano perché non li capiscono, tanto più in presenza di una “effervescenza collettiva” canalizzata individualisticamente verso l’industria dell’intrattenimento “che fa sempre più leva su violenza, macabro e perturbante”.
Ma il problema è uno solo: anche se ci fosse più “ascolto”, che cosa ne verrebbe? Nessuno ai posti di comando o nei dintorni vuole o sa come realizzare almeno qualcosa di ciò di cui quei giovani sono stati privati (casa, scuola, trasporti, lavoro, salario, sanità, punti di ritrovo decenti). E quanto dovrebbero cambiare le cose per soddisfare quei loro più elementari bisogni (per non parlare di desideri)?
Le spiegazioni più insipienti sono comunque quelle che si fermano ai contenuti del saccheggio: prevalentemente oggetti di abbigliamento griffati. All’opera, ci dicono, c’è l’invidia sociale. Fascinazione dei consumi dei ricchi e dei benestanti; tentativo di imitarli (vestire come loro) da parte dei poveri e degli esclusi. A conferma di questa interpretazione succede che, soprattutto nei mondi dello spettacolo, della musica e dello sport, ad alcuni di loro che provengono dallo stesso ambiente quel salto sia riuscito: adesso vestono come i ricchi e conducono vite difficili anche solo da immaginare. E’ la versione dell’ascensore sociale che offre il mondo di oggi, in sostituzione delle sempre meno praticabili carriere aziendali, politiche o culturali di una volta. Ma proprio il risultato di queste ascese svela l’infamia del termine “ascensore sociale”, molto amato da quanti non hanno mai messo in forse la divisione della società in classi. Perché quell’ascensore può portare qualcuno in su, da un piano all’altro, a volte saltandone anche parecchi di fila, ma per qualcuno che sale, tutti gli altri restano al pianterreno, quand’anche riescano a non precipitare in cantina. L’edificio resta quello che era.
Per calmare le acque – è proprio il caso di dirlo – all’immagine dell’ascensore viene spesso contrapposta quella dell’alta marea che solleva contemporaneamente tutte le barche: quelle piccole e quelle grandi, quella del miliardario e quella del pescatore. Ma che cos’è quella marea? E’ “la crescita”.
Quella del Pil, o dell’occupazione, dei redditi, dei consumi, o dei profitti, delle rendite, del saccheggio delle risorse, della produzione di rifiuti? O di tutte queste cose e altre ancora insieme? Nei discorsi di chi continua a promuoverla o invocarla come rimedio a tutti i mali, nella crescita ci sarebbe posto per le aspirazioni di tutti. Ma non sarebbe meglio chiamarla con il suo vero nome, che è “accumulazione del capitale”? Che è il motore e la sostanza irrinunciabile di tutti quelle altre cose: meri “effetti collaterali”, sia con il segno più che con quello meno, di quel loro motore inamovibile. Non è una questione nominalistica; è pulizia del linguaggio (e riguarda anche la sua negazione, “la decrescita”).
Provate a immaginare se tutte le volte che politici, media, imprenditori, sindacalisti e gente comune, nel discutere o riflettere sulla propria o altrui condizione, si rendesse conto che rimandare alla crescita la soluzione di un problema non è altro che rivendicare più accumulazione di capitale, cioè più dominio; quel dominio a cui è sottoposto (tranne chi ne controlla le leve) ciascuno di noi. Forse si comincerebbe a guardare altrove.
Guido Viale è nato a Tokyo nel 1943 e vive a Milano. Ha partecipato al movimento degli studenti del ‘68 a Torino e militato nel gruppo Lotta Continua fino al 1976. Si è laureato in filosofia all’università di Torino. Ha lavorato come insegnante, precettore, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente.

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