domenica 11 ottobre 2026

Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo

-Emiliano Brancaccio-

La morte dell’economista britannico di origini pakistane. Pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica


«Non si vedeva un libro simile da 150 anni»: James Galbraith salutò così Capitalism: Competition, Conflict, Crises, il monumentale trattato di Anwar Shaikh. Un’opera che tenta di costruire una teoria generale del capitalismo, contro le micragnose parzialità del pensiero economico contemporaneo. Di origine pakistana, nato a Karachi nel 1945, scomparso in questi giorni, Shaikh ha insegnato per mezzo secolo alla New School for Social Research di New York. Un eterodosso capace di mettere all’angolo i più eminenti custodi della dottrina neoclassica dominante. Nel 1974 pubblicò sulla Review of Economics and Statistics un esperimento provocatorio, con cui mostrava alcuni limiti della celebre teoria neoclassica della crescita, elaborata dal futuro premio Nobel Robert Solow.


QUESTI REPLICÒ in modo frettoloso e sprezzante. E la rivista negò a Shaikh il diritto di controreplica. Due icone del pensiero critico, Joan Robinson e Geoffrey Harcourt, denunciarono la censura: «Un trattamento insolitamente scorretto di un giovane studioso da parte di uno affermato». Shaikh raccontò che quell’articolo lo aveva praticamente «espulso dalla professione» per lungo tempo. Non bastò a fermarlo.


LA RICERCA di Shaikh ha spaziato moltissimo, dai prezzi, al commercio internazionale, alle determinanti delle crisi. Un nucleo concettuale è quella che egli definisce la «concorrenza reale», distante dal concetto neoclassico di concorrenza perfetta «quanto la guerra dal balletto». La concorrenza costringe le imprese a innovare, meccanizzare, investire sempre più capitale per conquistare mercati. Ma ciò che conviene al singolo capitalista può deprimere la redditività complessiva del sistema. Da qui il riproporsi di un vecchio pallino marxiano: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Shaikh si definiva, con un po’ di timidezza, un «classico-keynesiano». Eppure pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica. Non gli bastava ripetere Marx: voleva misurare, verificare, ricostruire. L’occasione più nota giunse con la grande crisi del 2008. In una conferenza alla Izmir University, David Harvey si fece paladino di tutte le solite perplessità post-moderne contro le spiegazioni del crollo basate sulla caduta del saggio di profitto.


MA SHAIKH TIRÒ DRITTO: dietro il collasso finanziario sussisteva una lunga erosione di redditività, che era stata temporaneamente contrastata dalla compressione salariale e dalla discesa dei tassi d’interesse. Il credito aveva mascherato la contraddizione, non l’aveva risolta. L’eredità di Shaikh è da sviluppare. Se la concorrenza è una guerra economica, allora alimenta anche centralizzazione dei capitali in sempre meno mani. Non a caso, la relazione fra centralizzazione capitalistica e caduta tendenziale del profitto apre oggi nuove frontiere della ricerca. Oltre le formule scolastiche del marxismo tradizionale. Ma anche oltre le sterili narrative di certa odierna eterodossia.


Alle giovani leve un invito: tornate nei sotterranei del pensiero economico. Cercate gli eretici, distinguete i ripetitori dai modernizzatori. Leggete Shaikh, per superarlo. Le teorie vive non chiedono fedeltà: chiedono di esser messe sul banco di prova del discorso scientifico.



 Emiliano Brancaccio, Edizione 09/10/2026

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