- Elisabeth Di Luca- (Foto di Cory Doctorow, Flickr)
Nella corsa al riarmo, il settore defence-tech è salito sul podio nella competizione tecnologica globale degli ultimi anni. Dal 2022 ad oggi, gli investimenti di venture capital nel settore defence-tech hanno raggiunto oltre 32 miliardi di dollari complessivi (Forbes, 2026), con un’accelerazione significativa nel 2026 che ha già visto dall’inizio dell’anno circa 12,3 miliardi di dollari investiti in startup attive in difesa, aerospace e spacetech. Questa tendenza è confermata dalla proliferazione di nuove startup private del settore che raggiungono la valutazione oltre il miliardo di dollari, come dimostra un’analisi di BestBrokers (2026), la quale evidenzia la nascita di ben 9 nuovi unicorni (termine coniato nel 2013 quando startup da oltre un miliardo erano così rare da sembrare mitologiche — circostanza oggi venuta meno), nell’Aerospace & SpaceTech, solamente nei primi mesi del 2026. All’interno di questa cornice, il mercato specifico dell’IA militare valeva circa 12,5 miliardi di dollari nel 2024 con proiezioni di crescita fino ai 25,58 miliardi di dollari nel 2030 — cifra che rischia di sottostimare la realtà, considerato che solamente gli Stati Uniti investiranno circa il 2% del proprio PIL in intelligenza artificiale e infrastrutture dati nel 2026, pari a circa 640 miliardi di dollari (Forbes, 2026)_
L’Europa e l’Italia non sono da meno: il piano ReArm Europe prevede che dal 2026 dovranno essere definite aree strategiche su IA
e sistemi informativi, mentre l’Italia pianifica la nascita in Lombardia
del polo quantistico più potente al mondo, investendo 230 milioni
di euro dai fondi Pnrr, con una previsione di spesa di un miliardo nei prossimi
5 anni (La Riscossa, 2026). Ma a prescindere dalle cifre, ciò che facilita il ruolo
dell’IA come motore del riarmo non è quanto si investe in essa, bensì il fatto
che questa nuova tecnologia sia stata distribuita gratuitamente, su scala di
massa, ancora prima che si sapesse fino a che punto sarebbe diventata
infrastruttura militare. L’IA è entrata nella vita quotidiana di miliardi di
persone come strumento apparentemente neutro, rendendo ogni obiezione al suo
uso militare superata rispetto a un’infrastruttura civile a cui nessuno è più
disposto a rinunciare. Il defence-tech non sta quindi
semplicemente adottando l’IA, ma ne sta ereditando l’ecosistema, la cui
diffusione capillare ha già reso il processo irreversibile. E questo processo
si muove su quattro direttrici che si potenziano
reciprocamente e alimentano il riarmo: una economico-industriale, una
geopolitica, una ambientale e una politica.
Direttrice economico-industriale: i quattro
moltiplicatori del defence-tech
La direttrice economica-industriale rivela come l’IA acceleri strutturalmente il riarmo, attraverso quattro meccanismi
reciprocamente alimentati:
- Dual-use come
cavallo di Troia:
l’adattamento di una quota sempre crescente di applicazioni di IA, dal
settore civile all’uso militare, rende automaticamente capacità militare
ogni avanzamento nei modelli generalisti, senza bisogno di un lavoro di
ricerca dedicato. Un esempio di questo meccanismo in azione è dato dai
sistemi di visione e riconoscimento automatico sviluppati da Anduril per i
droni civili che sono stati immediatamente riproposti per la sorveglianza
di confine e la ricognizione tattica.
- Venture Capital applicato alla guerra: le
startup tech non sono come i contractor tradizionali che si reggono su
margini stabili nel tempo; un’impresa come Anduril deve
mostrare crescita esponenziale, o i finanziamenti si fermano seguendo una
spirale a rinforzo continuo: un contratto pubblico fa salire la
valutazione, la valutazione più alta attira un nuovo round di venture
capital, e
quel round richiede — per essere ripagato — un contratto ancora più
grande. Ogni fase alimenta la successiva e un taglio alla spesa militare
non è più solo una decisione politica ma soprattutto una decisione
economica, diventando una minaccia diretta per gli investitori.
- Lock-in dei sistemi: per un
esercito che ha costruito la propria architettura di comando e controllo
grazie a determinati sistemi, diventa costosissimo sostituirli e questo crea una
dipendenza tecnica pluriennale che rende il riarmo auto-rinforzante. Nel
caso del Pentagono, per esempio, il sistema Maven di Palantir è diventato
parte integrante dell’infrastruttura operativa. e sostituirlo
richiederebbe la riconversione completa dei processi operativi, la
formazione di migliaia di operatori, e la migrazione di decenni di dati.
Questo rende qualsiasi alternativa tecnicamente ed economicamente
impraticabile.
- Constituency economica: aziende defence-tech come Anduril e Palantir
hanno trasformato il complesso militare-industriale in un ecosistema
finanziario diffuso, finanziando la loro crescita con lobbying e
assunzioni incrociate di persone che escono dal governo ed entrano nelle
aziende, e viceversa. Da un lato, migliaia di dipendenti possiedono azioni
il cui valore raddoppia a ogni nuovo stanziamento pubblico, creando una
constituency economica il cui patrimonio personale dipende direttamente
dall’espansione del bilancio militare; dall’altro, questo meccanismo è
alimentato da un aumento sistematico dell’influenza politica: per fare un esempio, tra il
2022 e il 2024, nove aziende IA di punta e i loro dipendenti hanno
incrementato del 60% i contributi alle campagne elettorali dei membri del
Congresso statunitense che controllano le politiche del Pentagono (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026). Il risultato è un sistema in
cui il denaro privato influenza sempre più le
decisioni politiche su quanto e come armarsi, poiché l’incentivo a spingere
per più spesa militare riguarda un numero sempre crescente di persone il
cui patrimonio personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio
pubblico della difesa.
Direttrice geopolitica: il potere senza accountability
democratica
I dati sugli investimenti in IA descrivono una doppia deformazione: quella
dell’architettura di sicurezza internazionale e quella delle istituzioni
democratiche chiamate a garantirla. Chi controlla capitali privati di centinaia
di miliardi ha accesso a infrastrutture militari, politiche ed economiche
paragonabili a quelle di uno Stato, ma senza la stessa responsabilità
democratica. L’episodio di Musk che ha velatamente
minacciato di spegnere Starlink in Ucraina è
l’illustrazione più chiara di questo squilibrio: un privato cittadino con il potere di condizionare un conflitto armato,
senza alcun mandato elettorale. All’interno di questa cornice si trova
anche la porta girevole tra industria e apparato
militare. Il generale Randy George ha impartito il giuramento a quattro dirigenti
tech — provenienti da Meta, OpenAI e Palantir — entrati in ruoli militari (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026); funzionari del Pentagono che avevano contribuito a
scrivere i requisiti IA dell’esercito sarebbero poi passati a lavorare per le
stesse aziende che hanno vinto quei contratti (Defensescoop, 2026). Quando chi scrive le regole e chi le soddisfa finiscono
per scambiarsi i ruoli, i canali di influenza tra potere economico e potere
politico smettono di essere l’eccezione e diventano la norma strutturale. La fitta rete di relazioni tra figure potenti e personaggi politici mostra
l’esistenza di canali di influenza che alterano completamente i rapporti di
forza tra i cittadini e i loro rappresentanti politici: i governi non
temono più le conseguenze elettorali perché la concentrazione patrimoniale ha
spostato il centro di gravità decisionale verso lobby, media acquistabili e
nomine incrociate tra industria e difesa.
Direttrice ambientale: la competizione per le risorse
primarie
Il collegamento tra intelligenza artificiale e riarmo si completa quando
osserviamo la dimensione materiale: l’IA necessita di infrastrutture
energetiche che competono con gli Stati per le risorse primarie mentre vengono
finanziate da un settore privato il cui profitto dipende dalla continuazione
della tensione geopolitica che quegli stessi sprechi di risorse comportano.
Secondo il report dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute
dell’Università delle Nazioni Unite (2026), nel 2025 i data
center globali hanno consumato 448 TWh di elettricità, sufficiente a
rifornire i bisogni annui di tutta la popolazione dell’Africa sub-sahariana – 1,3 miliardi di
persone – per oltre due anni e mezzo. Se fosse un Paese, questo consumo si
posizionerebbe all’11º posto nella classifica globale davanti all’Arabia
Saudita, con una carbon footprint di 189 milioni di tonnellate di CO₂e e un impatto idrico di 4,5 trilioni di litri, pari ai bisogni domestici
minimi di 620 milioni di persone.
L’Intelligenza Artificiale rappresenta una parte
consistente di questo consumo: nel 2025 i carichi di lavoro dell’IA da
soli hanno rappresentato oltre il 20%
dell’elettricità usata nei data center, circa 93 TWh,
equivalenti ai bisogni residenziali di 715 milioni di africani subsahariani.
Ciò equivale a 40 milioni di tonnellate di CO₂e (CO₂e è la misura che riassume in un solo numero l’impatto di tutti i gas serra
coinvolti, non solo la CO₂ pura) – quanto assorbito da 661 milioni
di piantine urbane in 10 anni.
A questo si aggiungono 900 miliardi di litri d’acqua – l’equivalente di
365.000 piscine olimpioniche – e l’utilizzo di 1.400 km² di terreno – un’area
pari a 195.000 campi da calcio. Questa energia elettrica potrebbe soddisfare
l’intero fabbisogno energetico di un Paese come la Nigeria, la sesta nazione
più popolosa al mondo, per oltre due anni. Le proiezioni per il futuro
prevedono il raddoppiamento di questi consumi nei prossimi quattro anni. Questa
crescita, inserita in un contesto più ampio di scarsità e crisi climatica, non
è neutrale: la competizione per le risorse primarie che innesca l’IA nutre la
stessa tensione geopolitica che finanzia la sua espansione, in un circolo
vizioso che tende a moltiplicare il conflitto.
Direttrice politica: lo scarso margine d’azione dell’attivismo
Le lotte contro la violenza ambientale hanno dimostrato che i grandi investitori agiscono consapevolmente su comunità già fragili: se le comunità colpite devono impiegare le loro energie nella sopravvivenza quotidiana, avranno poco margine d’azione da dedicare alla mobilitazione politica. Il risultato è un circolo vizioso: risorse primarie ridotte si traducono in bassa capacità di resistenza; la resistenza indebolita permette agli attori responsabili della scarsità di ridurre ulteriormente le risorse disponibili per le comunità. È la privatizzazione della crisi. In questo meccanismo, la dipendenza dalle risorse controllate da terzi diventa ricatto politico, e l’autonomia politica svanisce insieme all’indipendenza materiale, privando le comunità colpite di leve di negoziazione concrete.
Queste tendenze non vengono meno nel contesto dell’espansione dell’IA: secondo un rapporto di Bloomberg (2025), quasi due terzi dei nuovi data center di IA degli Stati Uniti, costruiti o in fase di sviluppo dal 2022, si trovano in aree con elevati livelli di stress idrico. Lo stesso rapporto mette in luce la stessa tendenza anche in altre regioni aride come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Un’analisi su circa 700 data center statunitensi conferma che quasi la metà si trova in aree con un carico ambientale sopra la media, molte delle quali sono localizzate in zone con indicatori di vulnerabilità sociale, come povertà e bassi livelli di istruzione (World Resources Institute, 2026). Le proiezioni prevedono che questa dinamica interesserà porzioni sempre più ampie del pianeta, e quando la competizione per le risorse essenziali diventerà strutturale su scala globale assisteremo a una ristrutturazione planetaria del potere: l’erosione sistematica della nostra capacità collettiva di resistere materialmente e politicamente.
Smantellare l’intreccio del riarmo: una piattaforma comune di azione collettiva.
La finestra di tempo per cambiare traiettoria si sta restringendo e la differenza che possiamo fare dipende da quanto rapidamente riusciremo a organizzare la pressione necessaria prima che l’intreccio sinergico delle quattro direttrici diventi irreversibile.
Movimenti antisistemici, per la giustizia climatica o per la democrazia digitale esistono già, ma non operano in sinergia pur condividendo lo stesso avversario: la concentrazione patrimoniale senza limiti, ovvero il comune denominatore di tutte e quattro le direttrici del riarmo. La via più rapida per indebolire questo circuito è ridurre l’accumulazione estrema di ricchezza, ad esempio attraverso l’istituzione di un tetto patrimoniale progressivo che, riducendo uno dei canali di finanziamento di capitale privato disponibile per startup defence-tech, rallenterebbe l’innovazione bellica fuori dal controllo parlamentare, limiterebbe il possesso da parte di singoli individui di infrastrutture critiche con rilevanza strategica internazionale e indebolirebbe la pressione a destinare risorse pubbliche al riarmo anziché alla transizione ecologica. Una misura di questo tipo, da sola, non risolve i limiti strutturali del problema — le corporazioni possono sostituire i miliardari come centri di capitale concentrato e il rischio di fuga di capitali verso giurisdizioni più permissive è reale.
Ha senso solo se accompagnata da riforme complementari: trasparenza sui beneficiari effettivi, limiti al lobbying, armonizzazione fiscale a livello europeo, trasparenza sui finanziamenti politici e democratizzazione dei media. Si tratta di misure già dibattute nelle opportune sedi: gli strumenti teoricamente esistono, così come la loro fattibilità tecnica, ma manca la forza politica necessaria a implementarli. Un movimento omogeneo e coerente capace di connettere le quattro direttrici del riarmo in un’unica cornice di rivendicazione democratica potrebbe generare quella forza. Ed è proprio questo lo scopo del presente articolo: cominciare a fare luce su questo collegamento e contribuire a tessere quella rete di consapevolezza che può trasformare rivendicazioni isolate in una piattaforma comune di azione collettiva.
Fonti
AI Investment Will Hit 2% Of US GDP This Year, Analyst Says—Nearing Defense Spending Levels
Unicorn Startups: AI and Robotics Post Record-Breaking Valuations in 2026 – BestBrokers.com
Piano di riarmo europeo: industria bellica, finanza, università e intelligenza artificiale | La Riscossa
The rise of the military-technology complex – Bulletin of the Atomic Scientists
War Data Platform integration plans under scrutiny as DOD hustles to weaponize AI | DefenseScoop
https://collections.unu.edu/eserv/UNU:10647/UNU-INWEH-Report-The_Env_Cost_of_AI-20 26.pdf
AI Is Draining Water From Areas That Need It Most
From Energy Use to Air Quality, the Many Ways Data Centers Affect US Communities
Letture di approfondimento
[Elenco di materiale consultato ma non citato direttamente, da cui
sono nate alcune idee del pezzo]
How Data Centers Are Deepening the Water Crisis – Business Insider
Intelligenza artificiale militare: applicazioni operative, architetture data-centriche e nuovi attori della defence-tech | Ce.S.I. Centro Studi Internazionali
Defence tech e spacetech: il venture capital accelera sugli unicorni della sicurezza
Artificial Intelligence in Defense and Security Global Research Report 2025: Market to Reach $22.75 Billion by 2029 – Long-term Forecast to 2034 https://www.researchandmarkets.com/reports/6215084/artificial-intelligence-in-defense-security
Data Center Boom Risks Health of Already Vulnerable Communities | TechPolicy.Press
https://www.corriere.it/buone-notizie/civil-week/26_febbraio_22/data-center-costi-e-consumise-con-20-domande-a-chatcpt-si-prosciuga-un-acquedotto-1593f8bd-663a-41c5-bc92-e5e5a 0583xlk.shtml?refresh_ce
The Intersection of Data Center Development, Water Availability, and Environmental Justice in California
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