giovedì 29 ottobre 2020

FERROVIE SOTTERRANEE NELLE TERRE DI CONFINE

 - Sandro Mezzadra -

 Le Contro-Mappe dei Migranti 


Alarm Phone, la hotline interamente gestita da volontari e attivisti che riceve chiamate di emergenza da parte di profughi e rifugiati in difficoltà nel Mediterraneo, si domanda retoricamente: “che cosa sarebbe oggi il mare senza Alarm Phone, che è diventato parte della ferrovia sotterranea?”

Le ferrovie sotterranee sono mezzi della rivolta che accompagnano l’intera storia della schiavitù atlantica e prendono le mosse dai momenti in cui schiavi e migranti “hanno messo in atto percorsi di fuga verso un luogo percepito come uno spazio di libertà”    


Il libro di Luca Queirolo Palmas e Federico Rahola, Underground Europe. Lungo le rotte migranti (Meltemi, pp. 479, 25 euro), si propone per la prima volta di sistematizzare il parallelo tra le esperienze abolizioniste negli Stati Uniti di metà Ottocento e l’insieme delle pratiche di solidarietà che disseminano le “rotte migranti” in direzione e all’interno dell’Europa di “stazioni” di quella che può essere considerata una nuova ferrovia sotterranea. È un libro per molti versi straordinario, capace di combinare storiografia ed etnografia con l’impegno militante e destinato a diventare un classico negli studi sulle migrazioni e sui confini.

L’obiettivo di Queirolo Palmas e Rahola non è quello di proporre “una vera e propria comparazione”, ma piuttosto quello di evocare – nella prima parte – i tratti fondamentali di un’esperienza storica di lotta abolizionista per farli risuonare – nella seconda parte – in un tentativo di censire “le istanze di libertà che percorrono oggi il vecchio continente”, materialmente incarnate nei movimenti di profughi e migranti. Gli abolizionisti sottolineavano, per citare un libro del 1856 di Benjamin Drew (The Refugee)su cui gli autori si soffermano a lungo, il “naturale desiderio di libertà” degli schiavi, che “la paura e la forza” si rivelano inadeguate a contenere. Ne risultava una politicizzazione della fuga che gli autori proiettano sulle migrazioni contemporanee.

La storia della ferrovia sotterranea è del resto una storia contesa. La sua indubbia realtà si intreccia con l’immaginazione, che ne ha fatto prima di tutto nelle piantagioni un mito nutrito dal desiderio di liberazione degli schiavi. La sua estensione geografica e la distribuzione delle sue “stazioni” restano elusive – tanto che disegnarne una mappa risulta un esercizio impossibile, esattamente come è impossibile segnare sulla carta geografica dell’Europa le rotte della migrazione e della solidarietà. Al più si può pensare a una serie di “retro-azioni” e “contro-mappe”.

Una cosa tuttavia è certa per quel che riguarda la ferrovia sotterranea storica: come ha ormai dimostrato la storiografia radicale nera, la rete di solidarietà degli abolizionisti era saldamente impiantata nel protagonismo nero, tanto in quello degli schiavi in fuga quanto in quello delle comunità nere del nord. È un punto fondamentale, che Queirolo Palmas e Rahola proiettano nel presente liquidando ogni immagine – ingenuamente “umanitaria” – del migrante come pura vittima. In ogni stazione del viaggio che siamo invitati a percorrere nella seconda parte del libro (a Calais come a Ventimiglia, a Ceuta e Melilla come a Parigi, ad Atene come a Pozzallo) incontriamo straordinarie figure di migranti capaci di costruire un tessuto materiale di resistenza che costituisce il riferimento fondamentale per pratiche di resistenza che coinvolgono attivisti ma anche persone comuni.

Underground Europe non si occupa specificamente dell’attraversamento del confine marittimo nel Mediterraneo. Segue profughi e migranti nei loro spostamenti dopo il momento dello sbarco (che viene raccontato con grande efficacia nel capitolo su Pozzallo). In questione in questo libro sono dunque i confini interni di un’Europa che, riprendendo un’indicazione di Étienne Balibar, si presenta qui come borderland, “terra di confine”. Queirolo Palmas e Rahola si concentrano su una formula centrale nella governance europea delle migrazioni, ovvero “mobilità secondaria”, gli spostamenti non autorizzati dei migranti e dei profughi dal primo Paese di arrivo. E propongono due concetti – messi a fuoco nell’analisi della ferrovia sotterranea negli Stati Uniti dell’Ottocento – per analizzare e comprendere il funzionamento della governance delle migrazioni: “guinzaglio” e “strappi”. La pretesa di indirizzare e contenere la mobilità appare in questa prospettiva sempre come una reazione alla materialità e alla possibilità di uno “strappo” – a una pratica di libertà.

Di questi concetti gli autori danno molte esemplificazioni nella seconda parte del libro, ad esempio a proposito di Ceuta e Melilla, dove varcare le prime mura “significa farsi agganciare da un guinzaglio istituzionale” che punta a trattenere il migrante all’interno dell’exclave, mentre strappare il guinzaglio consiste nel trovare il modo più rapido per raggiungere la Spagna e continuare il viaggio. Il rapporto tra guinzaglio e strappo si dispiega del resto in tutti i luoghi analizzati in Underground Europe, che sono anche siti centrali nella geografia del controllo delle migrazioni (fatta di “isole confino” e “città ostili”).

per leggere integralmente l'articolo vai su EuroNomade

Nessun commento:

Posta un commento