Dietro questi trattamenti inumani e degradanti che i governi italiano e maltese continuano ad infliggere ai naufraghi si ripropone l’intento non solo di assecondare la caccia all’untore, che si è già diffusa, soprattutto in Italia, quanto piuttosto il vecchio tentativo di utilizzare i migranti ai quali si dovrebbe indicare un porto di sbarco, come arma di ricatto per ottenere la loro redistribuzione in Europa. Un tentativo che è fallito già nel passato, ma che si sta rilanciando adesso, anche con la tesi, in contrasto con il diritto internazionale, ma tanto cara alla ministro dell’interno Lamorgese, della competenza (a indicare il luogo di sbarco) del paese di bandiera della nave soccorritrice. Una argomentazione comunque discriminatoria, perché non si può esterndere alle tante navi commerciali che battono bandiera ombra, costruita apposta per mettere in difficoltà le ONG, in combutta con i governi dei paesi dalle quali provengono le navi impiegate nei soccorsi umanitari. In questa direzione l’Italia sta anche spingendo perchè l’Unione Europea adotti una nuova regolamentazione che renda impossibile i soccorsi umanitari, se non si vorranno trovare ad operare come agenti embedded, imponendo alle navi delle ONG requisiti tecnici e modalità di intervento incompatibili con l’espletamento delle missioni di soccorso e con il rispetto del diritto internazionale. Come se i naufraghi tirati su dai gommoni in alto mare, magari in procinto di affondare, fossero passeggeri paganti di una nave da crociera.Mentre qualche sindaco italiano, oltre che il governo, attacca le ONG perché non garantirebbero sulle loro navi, dopo le azioni di soccorso, quel “distanziamento sociale” che neppure con i vigili sono in grado di garantire davanti ai locali di ritrovo della loro città, il comportamento dei governi italiano e maltese prolunga il tempo dei trattamenti inumani e degradanti che vengono inflitti ai migranti anche dopo la loro partenza dalla Libia e ritarda l’accesso alle procedure di protezione internazionale. Ma soprattutto, in un momento nel quale anche in Libia sono presenti focolai di COVID-19, il prolungamento della permanenza a bordo delle navi soccorritrici potrebbe costituire un ulteriore motivo di diffusione del contagio per il ritardo nell’accertamento di eventuali casi di positività attraverso i tamponi e gli esami sierologici. Esattamente come è successo con i naufraghi bloccati per dieci giorni a bordo della Ocean Viking, entrata adesso a Porto Empedocle.
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